La 97ª adunata degli alpini a Genova tra tensione politica, assenza dei muli e l’abbraccio della città
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Mentre Genova si tinge di verde e di penne nere – pronte a invadere simbolicamente piazze e vicoli per la 97ª Adunata nazionale – l’aria che si respira tra i carrugi non è fatta solo di fisarmoniche e cori di montagna. Le polemiche, inevitabilmente, hanno preceduto l’arrivo delle truppe, alimentate da una parte di quella sinistra genovese che non ha esitato a bollare l’evento – atteso peraltro da venticinque anni – come una sorta di occupazione indebita del territorio. Una critica, quella sollevata in questi giorni, che stride violentemente con il dato fattuale del sostegno popolare, visto che oltre 400mila persone sono attese in città per abbracciare un, quello degli Alpini, storicamente radicato nel tessuto sociale ben oltre le mere esercitazioni militari. La sindaca Silvia Salis, trovandosi a gestire questa sottile linea di confine tra l’accoglienza istituzionale e le pressioni delle frange più critiche, ha inaugurato la kermesse con un tono per certi versi dimesso ma chiaro, definendo le penne nere un “pilastro della difesa” e del soccorso pubblico, un riferimento esplicito – questo sì – ai soccorsi prestati dopo il crollo del Ponte Morandi o nelle emergenze ambientali che la sinistra, a suo dire, sembra rimuovere con troppa facilità.
Lo “sgambetto” logistico e il silenzio dei muli
A complicare il clima, tuttavia, non sono state solo le schermaglie verbali ma un intoppo logistico di non poco conto, uno di quelli che feriscono il cuore iconografico del. La sfilata, che avrebbe dovuto celebrare la tradizione, è quest’anno drammaticamente mutilata: i muli, fedeli e silenziosi compagni di fatica delle truppe alpine, non ci saranno. Una decisione, quella sancita dal diniego del Comune, che ha riacceso gli animi e che ha costretto il presidente della sezione di Vittorio Veneto – da dove i quadrupedi sarebbero dovuti partire – a gettare la spugna per ragioni puramente burocratiche e di tempistiche stringenti legate ai documenti di tracciabilità richiesti dall’Asl. Si tratta di un’assenza che non si registrava dal lontano 1994 e che rappresenta, per gli appassionati e per i veterani, una stortura quasi inaccettabile in una festa che è fatta di fatica e sudore; senza il loro passo lento e cadenzato, insomma, la trasferta genovese rischia di perdere un pezzo della sua autentica anima contadina e guerriera.
L’arrivo via terra e lo spirito di adattamento
E mentre i vertici discutevano di animali da soma e autorizzazioni, la base – quella vera, fatta di uomini e donne in congedo – si è messa in marcia. Circa 5mila alpini provenienti dalla provincia di Brescia hanno deciso di onorare l’appuntamento nel modo più puro possibile, abbandonando i comodi pullman per calzare gli scarpacci o salire in sella a una bicicletta. L’hanno definita una scelta per “respirare l’alpinità”, un pellegrinaggio laico fatto di borghi medievali e di valli incontaminate che trasforma il semplice spostamento in un rito di appartenenza. Un modo, questo, per riappropriarsi di quei valori di sacrificio e scoperta che spesso si perdono nelle grandi coreografie delle manifestazioni di massa. Se da un lato c’è chi critica l’”indebita invasione” e dall’altro chi si lamenta per il costo spropositato di un piatto di linguine all’aragosta (si vocifera intorno ai 250 euro, a testimonianza di una città dai prezzi spesso proibitivi per il turista medio), la massa di penne nere sembra procedere imperterrita, scrollandosi di dosso le polemiche come fossero semplice acqua piovana.
Genova tra cronaca e folklore
Sullo sfondo di questa goliardia organizzata, però, restano le cicatrici di una città abituata a convivere con le tragedie. In questi stessi giorni, Genova ha ricordato le vittime della Torre Piloti in un anniversario carico di raccoglimento per le nove famiglie segnate dal disastro portuale, un filo rosso che lega la capacità di risposta dello Stato – spesso incarnata proprio dai soccorsi alpini – alla fragilità del territorio. La sindaca Salis, nel tentativo di mediare tra le anime della città, ha dovuto anche intervenire sull’emergenza sicurezza, rassicurando le associazioni femminili preoccupate per episodi di goliardia malgestita avvenuti in passati raduni. “Tolleranza zero per le molestie”, ha tuonato, tentando di sgomberare il campo da quell’alone di pregiudizio che dipinge i festeggiamenti come un potenziale rischio per la quiete pubblica. E mentre le previsioni parlano di un afflusso record che riempirà gli hotel e i treni speciali predisposti dalla Regione, l’unica certezza è che per tre giorni la Superba vivrà sospesa tra il broncio tipico dei suoi abitanti (definito “il mugugno” dalla stessa sindaca) e quel calore spontaneo che solo una tradizione ultracentenaria sa regalare.




