L’adunata degli alpini a Genova tra memoria, assenza e la suggestione di una città senza auto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La 97ª Adunata nazionale degli Alpini, tornata a Genova dopo un quarto di secolo, ha trasformato il capoluogo ligure in un palcoscenico dove la tradizione militare, il cordoglio privato e le contraddizioni urbane si sono sovrapposte senza soluzione di continuità. Dalle prime luci dell’alba, nonostante pioggia e vento, la lunga sfilata – seguita passo passo dallo speciale della Tgr Liguria con collegamenti fino all’arrivo in piazza della Vittoria – ha offerto l’immagine di un che resiste al tempo, capace di passare dai filmati in bianco e nero delle origini al racconto social di oggi, senza mai perdere il proprio mimetismo identitario. Erano oltre quattromila le penne nere trevigiane, giunte a Genova in ogni modo possibile: auto, treno, corriera, qualcuno persino a piedi. Alle dieci e mezza del mattino, puntuali al punto di ammassamento, aspettavano il proprio turno per muoversi dentro una coreografia che è insieme rito e affollata gestione logistica.

Il cappello del fratello scomparso e l’abbraccio collettivo

Uno scatto semplice, tuttavia capace di condensare un’intera esistenza – fatta di amicizia, appartenenza e memoria alpina – ha finito per diventare il simbolo meno annunciato di questa edizione. Il presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti, ha voluto così ricordare Guido Zanotti, storico volto delle penne nere trentine scomparso lo scorso settembre, pubblicando sui social una fotografia scattata proprio durante l’adunata genovese: insieme a lui c’è il fratello gemello Franco, reggente quel cappello che parla di una assenza fisica trasformata però in presenza simbolica. Un abbraccio muto, celebrato tra le raffiche di vento e le migliaia di penne nere accorse, che ha restituito la misura di quanto l’identità alpina si nutra anche di queste sottili, dolorose continuità affettive.

Conte e il cappello di Gentilini: la politica sfilata in prima fila

Non solo memoria familiare, però, perché all’adunata si è fatta strada anche una certa declinazione pubblica del ricordo. Il sindaco di Treviso, Mario Conte, ha infatti preso parte alla sfilata portando in mano il cappello alpino di Giancarlo Gentileni, figura nota nell’immaginario delle penne nere venete. “Anche lui è qui con noi”, ha detto Conte mentre i ranghi dei suoi concittadini – oltre quattromila, appunto, provenienti dalla Marca – si snodavano tra le strade chiuse al traffico e gli sguardi dei genovesi. Un gesto che ha trasformato un accessorio individuale in un oggetto di testimonianza collettiva, senza bisogno di lunghe retoriche: bastava vedere quel copricapo portato a mano, quasi una reliquia laica, per capire che l’adunata è anche questo, un deposito di storie minime che diventano pubbliche.

Il traffico, le ordinanze e la domanda di fondo: «E se si pedonalizzasse il centro?»

Con l’addensarsi delle penne nere, però, Genova ha sperimentato anche un’altra dimensione, più prosaica ma altrettanto rivelatrice. Le ordinanze di viabilità – che hanno creato non pochi grattacapi a chi doveva spostarsi tra la Foce, Carignano, Albaro e il quadrilatero per impegni personali, per tornare a casa, per lavorare o effettuare consegne – hanno letteralmente svuotato il centro dalle auto. E così, tra un bar e un social, tra una pausa della sfilata e una deviazione obbligata, è riaffiorata una domanda destinata a restare sospesa: «Il centro senza macchine... non è bellissimo?». Una frase sentita e risentita, con varie declinazioni, nella stessa settimana in cui migliaia di alpini occupavano pacificamente strade solitamente congestionate. Per chi doveva spostare la macchina o lo scooter e trovare una soluzione alternativa – in una città cronicamente scarsa di aree per la sosta – la difficoltà è stata reale. Ma, quasi senza volerlo, quell’assedio temporaneo di penne nere ha restituito ai genovesi un assaggio di spazio pubblico riconquistato, senza macchine parcheggiate in doppia fila né motori in folle. L’adunata, insomma, se n’è andata. Ma le domande sul futuro del centro, quelle, no.

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