L’Opec va avanti con l’aumento della produzione, senza gli Emirati: accordo trovato tra sette paesi
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Redazione Economia
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Nonostante la defezione a sorpresa degli Emirati Arabi Uniti, che ha scosso le fondamenta del cartello petrolifero, l’alleanza Opec+ ha trovato una quadra. Sette paesi membri, riunitisi in via telematica nella giornata di domenica, hanno raggiunto un accordo di principio per un incremento – sebbene contenuto – della produzione di greggio, fissandolo a circa 188.000 barili aggiuntivi al giorno per il mese di giugno. La decisione, sostanzialmente, ripropone i termini tecnici degli aumenti precedenti al netto della quota che spettava agli emiratini, usciti ufficialmente dal gruppo il primo maggio; un’uscita, quella di Abu Dhabi, che aveva lasciato intendere una possibile paralisi decisionale, prontamente smentita dalla compattezza dei membri rimasti. Due fonti vicine ai dossier dell’organizzazione, interpellate dall’agenzia Reuters, hanno confermato l’intesa, specificando come l’approccio sia quello della “normale continuità operativa”, nonostante le turbolenze geopolitiche in corso.
L’effetto Hormuz e la natura simbolica del rialzo
C’è però un dato contestuale che rende questa manovra, a conti fatti, sostanzialmente simbolica: la guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il conflitto, ormai in essere da mesi, ha di fatto bloccato la gran parte del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, un vero e proprio collo di bottiglia per le esportazioni della regione. Arabia Saudita, Iraq e Kuwait, che figurano tra i firmatari dell’accordo, si trovano paradossalmente nell’impossibilità materiale di riversare quei barili aggiuntivi sul mercato, strozzati dalla chiusura delle vie d’acqua. L’aumento di 188.000 barili (si era partiti da un ipotetico +206.000 prima dell’addio degli Emirati) resta quindi confinato alla carta, un segnale politico più che un’offerta reale: serve a dimostrare la tenuta dell’alleanza contro eventuali ulteriori defezioni, in attesa che la situazione militare si sblocchi. Le fonti, che hanno parlato a condizione di anonimato, hanno evidenziato come i piani procedano secondo il programma prestabilito, anche se l’effettiva produzione sul campo continua a subire i danni causati dalle ostilità iraniane.
L’addio degli Emirati: un divorzio consumato in poche ore
La riunione di domenica, in realtà, era stata preceduta da giorni di fibrillazione diplomatica. Gli Emirati Arabi Uniti, che vantano una delle maggiori capacità di riserva al mondo, hanno annunciato il loro addio all’Opec e all’alleanza Opec+ con un messaggio secco, motivato da una “visione strategica a lungo termine” e dall’esigenza di tutelare l’interesse nazionale di fronte alla crisi energetica globale. L’annuncio, diffuso attraverso l’agenzia di stampa ufficiale Wam, ha colto di sorpresa molti osservatori, ponendo fine a un’affiliazione durata quasi sessant’anni (Abu Dhabi aveva aderito all’organizzazione nel lontano 1967). Per i membri rimasti al tavolo, la risposta non poteva che essere una: ricalcolare i fogli di calcolo togliendo la fetta spettante agli emiratini (circa 18.000 barili dai piani precedenti) andare avanti lo stesso. Non si è trattato di una rinegoziazione straordinaria, ma di un semplice aggiustamento matematico per tenere in vita l’impalcatura dell’accordo.
I numeri dell’intesa e i membri del ristretto gruppo decisionale
A firmare l’intesa sono stati quel gruppo ristretto che, negli ultimi mesi, ha gestito la leva mensile delle quote: Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Algeria, Kazakhstan, Russia e Oman. La loro riunione, svoltasi online, ha dato il via libera al terzo incremento consecutivo, sebbene di entità modesta se paragonata alle voragini di mercato aperte dal conflitto. Prima dell’uscita degli Emirati, ci si attendeva un aumento standard di 206.000 barili; togliendo il contributo di Abu Dhabi, si è scesi ai fatidici 188.000 barili al giorno. I numeri, del resto, raccontano una realtà drammatica per le casse dei produttori: secondo i rapporti interni, la produzione aggregata dell’Opec+ è crollata a marzo, con cali a doppia cifra per i giganti del Golfo come l’Iraq e l’Arabia Saudita, che hanno subito i maggiori contraccolpi proprio a causa delle limitazioni alle esportazioni nello Stretto di Hormuz. Anche la Russia, alle prese con le proprie fragilità infrastrutturali dovute agli attacchi subiti, ha rivisto al ribasso i suoi flussi. In questo scenario, l’aumento della produzione rimarrà un’opzione virtuale per gran parte dei soci, in attesa che la situazione bellica si sblocchi.




