Opec aumenta la produzione di 188mila barili al giorno, primo tagliando senza gli Emirati

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Sette, non più otto. È questa la nuova geometria dell’Opec+ riunita in videoconferenza, una seduta che segna l’atto di nascita – o meglio, di sopravvivenza – del cartello dopo l’addio degli Emirati Arabi Uniti, ufficializzato il primo maggio. L’intesa, svelata al termine dell’incontro, prevede un incremento della produzione di 188mila barili al giorno, una misura che entrerà in vigore a partire dal prossimo giugno. Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman: sono questi i membri che hanno sottoscritto l’accordo, escludendo di fatto chi quella porta l’ha appena chiusa alle proprie spalle. Nessun riferimento all’uscita di Abu Dhabi nel comunicato finale, un silenzio che suona già come una presa d’atto istituzionale, quasi a voler normalizzare una scissione che, nei fatti, ridisegna gli equilibri interni del gruppo.

Un aggiustamento annunciato, una continuità da dimostrare

L’aumento dei volumi – lo si legge nella nota ufficiale – rientra nel “costante impegno collettivo a sostegno della stabilità del mercato petrolifero”. Una formula che, per quanto ripetuta, assume qui un peso specifico nuovo: quella stabilità, adesso, i sette la devono garantire senza l’apporto del terzo produttore del blocco. Se ne riparlerà nel corso delle prossime riunioni, con la clausola – inserita nel testo – che conferisce ai paesi la “piena flessibilità” per aumentare, sospendere o invertire la rotta a seconda delle condizioni del mercato. La cifra di 188mila barili, d’altronde, non è casuale: ricalca l’incremento già previsto per i mesi precedenti, depurato però della quota che sarebbe spettata agli Emirati, usciti di scena il primo maggio senza alcuna transizione né ripensamenti. Una sedia vuota, quella lasciata da Abu Dhabi, che costringe i rimasti a riorganizzare i pesi e le responsabilità.

L’assenza ingombrante degli Emirati e i progetti miliardari

Lo scenario in cui matura questa decisione è già segnato dall’assenza di una voce storica, quella emiratina, che per quasi sessant’anni aveva contribuito a orchestrare la politica petrolifera globale. La fuoriuscita, annunciata a fine aprile ed entrata in vigore il primo maggio, ha lasciato il cartello con una sedia vuota. O meglio: con sette poltrone occupate su otto, almeno stando al sel b del nuovo corso. E mentre l’Opec+ cerca di mostrare compattezza, Abu Dhabi guarda altrove. Gli Emirati, liberi da vincoli di produzione, hanno già annunciato investimenti miliardari per espandere la propria capacità estrattiva, puntando a trasformare l’addio in un’opportunità più che in una rottura. La scelta di non menzionarli nel comunicato odierno è, a suo modo, una strategia: il gruppo prova a spostare l’attenzione sull’output, non sulle crepe.

Cosa cambia (e cosa no) per il mercato da giugno

Dal punto di vista meramente quantitativo, l’aumento di 188mila barili al giorno rappresenta una correzione modesta, se paragonata ai volumi giornalieri complessivi che circolano sui mercati. Eppure è il contesto politico a renderla rilevante. La riunione odierna è stata la prima senza gli Emirati al tavolo, e il fatto che si sia trovato un accordo – per quanto annunciato e preventivato – serve al gruppo per mandare un segnale di continuità operativa. La sfida, nelle prossime settimane, sarà capire se la disciplina reggerà senza uno dei pesi massimi. La nota finale, con la sua insistenza sul monitoraggio costante e sulla prudenza, lascia intendere che i gestori del mercato terranno gli occhi aperti. Da giugno, i barili extra cominceranno a scorrere. Il resto – la tenuta dell’alleanza, la reazione dei prezzi, le mosse dei singoli – si vedrà. Per ora, il cartello tira dritto, anche con una sedia vuota.

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