Opec alza la produzione di 188mila barili, ma gli Emirati fanno da soli
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Redazione Economia
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Sette, non otto. È questa la prima evidenza emersa dall’ultima riunione dell’Opec+, tenutasi in videoconferenza – una modalità ormai consolidata per il cartello – e che ha registrato un’assenza di peso: quella degli Emirati Arabi Uniti, usciti dall’organizzazione il primo maggio. Il gruppo ristretto, che ora include Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Algeria (tutti storicamente nell’Opec), oltre a Russia, Oman e Kazakistan, ha annunciato domenica un aumento della produzione di 188mila barili al giorno per il mese di giugno. Una cifra, quest’ultima, che appare più politica che tecnica, vista la situazione ancora critica nello Stretto di Hormuz, il cui transito resta di fatto bloccato e limita qualsiasi effetto concreto dell’incremento sui mercati globali.
La mossa simbolica del cerchio largo
Il cosiddetto “cerchio largo” – che in origine comprendeva undici membri Opec e altri undici produttori esterni – si è dunque ristretto, almeno per il momento, a un nucleo decisionale di sette Paesi. La decisione da loro comunicata, con sede a Vienna, ha il sapore di un gesto di stabilità più che di una reale offensiva commerciale. Arabia Saudita e Russia, i due pesi massimi dell’alleanza, hanno messo la firma sull’accordo, ma gli analisti lo descrivono come un tentativo di arginare le percezioni di frammentazione. Perché, a guardare i numeri, 188mila barili al giorno non sposteranno gli equilibri: gli Stati Uniti, ormai da tempo, sono diventati il primo esportatore mondiale di greggio, scavalcando di fatto l’influenza tradizionale del cartello.
Emirati in proprio e una possibile guerra dei prezzi
Proprio l’uscita degli Emirati, avvenuta senza particolari drammi ma con tempistiche precise, apre ora scenari diversi. Lo scegliere di abbandonare l’Opec+ – e lasciare quella sedia vuota – ha permesso ad Abu Dhabi di annunciare, contestualmente, nuovi progetti miliardari nel settore estrattivo. Una mossa che toglie loro ogni vincolo sulle quote, e li mette in condizione di produrre senza il consenso del gruppo. Non solo: si profila all’orizzonte una possibile guerra dei prezzi, con gli Emirati che potrebbero inondare il mercato a condizioni vantaggiose, approfittando della libertà ritrovata. Dall’altra parte, l’alleanza guidata da Riyad e Mosca cerca di mostrare compattezza, anche se la decisione di aumentare la produzione – seppur minima – arriva in un momento in cui la domanda globale resta incerta.
Inchiesta sulla comunicazione e sviluppi giudiziari
Sul fronte interno all’organizzazione, fonti vicine ai dossier preparatori della riunione hanno riferito che non c’è stata alcuna nota ufficiale diffusa a margine del voto. Il riserbo, in questi casi, non è mai casuale: diversi membri avrebbero chiesto chiarimenti sulla gestione delle uscite e sulla trasparenza dei nuovi meccanismi decisionali. Non si escludono verifiche interne, sebbene nessuna autorità giudiziaria sia stata ufficialmente investita. Il quadro, insomma, resta quello di un cartello che prova a reggere l’urto di defezioni e cambi epocali, mentre lo strapotere americano nelle esportazioni ridisegna le rotte del greggio. Gli Emirati, da parte loro, guardano avanti senza più la necessità di accomodarsi a quel tavolo virtuale.




