Il nodo di Hormuz e l’inerzia europea: serve subito una missione navale
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Redazione Esteri
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L’annuncio, piombato su Truth come un meteorite in una stanza ovattata, ha riacceso i riflettori su un punto di strozzatura globale che molti, forse, avevano rimosso. Donald Trump, da oltre un anno tornato alla Casa Bianca, ha dichiarato che la marina americana bloccherà qualsiasi nave diretta o in partenza dai porti iraniani, una misura che di fatto chiude lo Stretto di Hormuz a tutto il traffico commerciale, eccetto quello che evidentemente risponderà a logiche non ancora specificate. I mercati, come prevedibile, hanno reagito con il consueto istinto di sopravvivenza: il Brent è schizzato sopra i 102 dollari al barile, il WTI a 104, un balzo del 7 per cento che riporta l’energia al centro di ogni calcolo geopolitico. Eppure, mentre il greggio sale e le navi mercantili restano in attesa fuori dal Golfo, l’Europa sembra muoversi con la lentezza di chi non ha ancora capito che il tempo, qui, è una variabile già scaduta.
Una paralisi che costa cara
La reazione dei singoli governi europei, va detto, è stata frammentaria e poco rassicurante. Keir Starmer, il premier laburista britannico, ha dichiarato alla Bbc che il Regno Unito non sosterrà il blocco navale voluto da Trump, precisando che Londra si è limitata finora ad azioni “difensive” senza lasciarsi trascinare in quella che ha definito “questa guerra”. Parole misurate, certo, ma che tradiscono una sostanziale assenza di iniziativa. Dall’altra parte della Manica, Emmanuel Macron punterebbe invece su una “conferenza pacifica”, formula che in passato ha dimostrato tutta la sua fragilità quando l’oggetto del contendere è uno stretto largo appena 50 chilometri, dove passa un terzo del petrolio marittimo mondiale. Solo Israele, va registrato, appoggia la chiusura voluta da Washington; un’alleanza stretta, ma numericamente irrilevante per garantire la libertà di navigazione.
Quel che accadde durante la guerra Iran-Iraq
Non si tratta, occorre ricordarlo, di una situazione inedita. Durante il conflitto tra Iran e Iraq, negli anni Ottanta, lo stesso stretto fu teatro di scontri e blocchi che spinsero le marine occidentali – e in particolare quella statunitense – a organizzare scorte armate per le petroliere. Allora, come oggi, il nodo era (ed è) tecnico e politico insieme: sminare le acque, accompagnare i mercantili, dissuadere eventuali aggressioni con una presenza navale robusta. Il direttore di “Rivista Italiana Difesa”, Pietro Batacchi, ha lanciato un monito chiaro: l’Europa non deve perdere tempo e deve mettere in piedi una missione per la riapertura al traffico commerciale di Hormuz. Una missione, specifica, che sia “robusta”, concordata con i partner del Golfo – quelli che, non dimentichiamolo, ci riforniscono di gas e petrolio e ci commissionano commesse militari non indifferenti – e naturalmente con gli americani, che però, in questo frangente, sono dalla parte del blocco, non della riapertura.
Il fallimento dei colloqui di Islamabad
La scintilla che ha acceso la miccia, va detto, è stato il fallimento dei colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran a Islamabad. Nessuna intesa, nessuna mediazione capace di scongelare un confronto che ormai tiene il mondo col fiato sospeso da 45 giorni. Il cessate il fuoco in Libano, già fragilissimo, non regge più. E Trump, con la consueta disinvoltura, ha trovato il tempo per prendersela anche con il Papa, segno che la sua bussola retorica continua a puntare in tutte le direzioni tranne che verso una soluzione diplomatica. Di fronte a questo scenario, l’Unione Europea ha tre opzioni: subire passivamente l’aumento dei prezzi energetici e il blocco delle navi, appoggiarsi acriticamente agli Stati Uniti – con il rischio di apparire un satellite – o costruire una missione autonoma, navale e corazzata, che garantisca il transito. La terza strada è la più difficile, ma anche l’unica degna di una potenza che tale vorrebbe ancora definirsi.




