Una battuta di pesca si trasforma in un incubo: lo squalo mako attacca la barca dei tre pescatori al largo dell’Isola del Giglio
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Redazione Interno
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A circa venti miglia dalla costa, dove l’arcipelago toscano perde i suoi contorni netti per confondersi con l’orizzonte, tre pescatori – che avevano programmato una giornata all’insegna della pesca sportiva – si sono trovati improvvisamente a fronteggiare un predatore di quasi cinque metri. Loro sono Alessio Casi, Niccolò Barbi e Nicola Coppetelli, i quali, navigando al largo dell’Isola del Giglio nei pressi degli scogli delle Formiche, hanno notato dapprima una sagoma scivolargli silenziosa sotto la chiglia, per poi veder emergere quella pinna dorsale dall’inconfondibile profilo falcato che non lascia spazio a dubbi. Quello che doveva essere un semplice lancio delle esche in mare si è trasformato in un incontro ravvicinato che ha lasciato gli esperti e i biologi marini a interrogarsi sul comportamento di questo esemplare di squalo mako, una specie che, contrariamente a quanto si possa pensare, non è nuovissima nelle acque italiane ma che raramente manifesta una tale determinazione nell’interagire con un natante.
L’assalto ripetuto e la cassetta di legno distrutta
La tensione a bordo è salita quando l’animale – inizialmente sembrava volesse solo curiosare – ha cambiato registro, cominciando a orbitare attorno all’imbarcazione con una frenesia che i pescatori faticavano a spiegarsi. Non si trattava, come hanno poi raccontato i diretti interessati, di un semplice passaggio; il mako ha sferrato almeno tre attacchi consecutivi alla poppa, colpendo lo scafo e i motori con una violenza tale da lasciare ammaccature e segni inequivocabili. In un gesto dettato forse dall’istinto di deviarne l’attenzione, uno di loro ha lanciato in mare una cassetta di legno che conteneva le sarde utilizzate per la pasturazione: il risultato è stato agghiacciante, perché lo squalo si è avventato su quel legno facendolo a pezzi con una facilità sconcertante, dimostrando una forza di morsicatura che fa impallidire qualsiasi altra creatura del Mediterraneo.
Il parere degli esperti e la spiegazione scientifica del comportamento
A gettare acqua sul fuoco dell’allarmismo, almeno per quanto riguarda i bagnanti che in queste settimane iniziano ad affollare le coste della Maremma, è intervenuto il Centro Studi Squali, i cui biologi hanno analizzato le immagini per fornire una chiave di lettura meno sensazionalistica. Questi ricercatori hanno spiegato che l’approccio del mako – lungo stimato tra i quattro metri e mezzo e i cinque – non va interpretato come un “attacco” all’uomo, bensì come una reazione istintiva legata alla presenza di campi elettromagnetici e di odori riconducibili al pesce. L’animale, dotato delle cosiddette “ampolle di Lorenzini” (una sorta di sesto senso che gli permette di captare le emissioni elettriche delle prede), potrebbe essere stato letteralmente ingannato dal segnale prodotto dal motore fuoribordo, confondendolo con quello di un grosso pesce ferito. Inoltre, la primavera rappresenta il periodo in cui le uscite in mare si moltiplicano; di conseguenza, statisticamente, non è strano che avvistamenti come questi stiano diventando virali sui social network, dove il video pubblicato dal profilo “Missione Pesca” ha già fatto il giro del web.
Il mistero della lunghezza e la convivenza con i predatori del Tirreno
Restano, tuttavia, alcuni punti irrisolti che alimentano il dibattito tra gli appassionati del settore. Mentre la maggioranza degli esperti concorda nell’identificare la specie come Isurus oxyrinchus, meglio noto come squalo mako pinna corta, alcuni software di intelligenza artificiale utilizzati per analizzare i fotogrammi hanno suggerito, in via del tutto ipotetica, una somiglianza con il grande squalo bianco – un’ipotesi prontamente scartata dai biologi che hanno visionato le riprese. Quello che invece sembra certo è la stazza dell’animale: definito “gigantesco” e “mostruoso” dai testimoni, si muoveva in un’area pescosa a caccia di tonni e pesci spada, sue prede elettive. Non è la prima volta che un episodio del genere accade nel Tirreno: negli ultimi anni si sono moltiplicati gli incontri (dallo Stretto di Messina fino alle coste della Sardegna), sebbene raramente il predatore si sia spinto a danneggiare fisicamente le attrezzature di bordo. Per fortuna, come sottolineano i pescatori stessi, l’imbarcazione era solida; un gommone, probabilmente, non avrebbe retto l’urto di queenti denti conficcati nei tubolari.




