Il mako ferito che ha scosso la prua a Gallipoli: un ‘attacco’ solo mediatico
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Redazione Interno
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Erano a circa cinque miglia dalla costa, quando il natante ha ricevuto quel colpo secco: un tonfo sordo, accompagnato da una vibrazione che, come ha raccontato direttamente il pescatore Giuseppe Zacà, «è salita dalle scarpe fino alla testa». Al largo di Gallipoli, un esemplare adulto di squalo mako – riconoscibile per la ratura massiccia e per una vistosa ferita sul dorso – ha urtato la parte anteriore di un’imbarcazione da diporto, intenta in una battuta di pesca. Il video, diventato virale in poche ore, mostra la sagoma del predatore mentre si aggira sotto lo scafo; poi il movimento improvviso, la prua che sobbalza e il rumore metallico del motore colpito. «Per un attimo nessuno ha respirato», si legge ancora nel racconto dell’uomo, che descrive occhi spalancati e quella «paura primitiva» che ti prende quando capisci di non essere più al comando della situazione.
Quando l’urto diventa (solo) notizia
Se i titoli dei giornali hanno subito parlato di “attacco”, gli esperti interpellati offrono una lettura diametralmente opposta. L’animale, un Isurus oxyrinchus – lo stesso protagonista de “Il vecchio e il mare” di Hemingway – non ha preso di mira l’equipaggio, ma ha reagito con un comportamento che i biologi marini definiscono “esplorativo”. A innescare la reazione, spiegano i ricercatori, potrebbe essere stato il rumore fastidioso dei motori, oppure la semplice curiosità scatenata dalle esche gettate in acqua. Lo squalo, disorientato dalla ferita che portava sul e probabilmente infastidito dal frastuono dell’elica, ha cambiato direzione all’ultimo secondo. Quello che i passeggeri hanno percepito come un attacco deliberato, dunque, non è altro che un incidente di percorso: l’urto di un animale potente, certo, ma privo di quella volontà predatoria che spesso il cinema e la cronaca nera ci hanno insegnato a temere.
Il precedente e la spiegazione del “tonfo”
Non è la prima volta che un mako si fa vedere in quelle acque. Già nell’agosto del 2025, sempre nel mare del Salento ma più precisamente a Porto Cesareo, era stato avvistato un altro esemplare della stessa specie, sebbene di dimensioni più ridotte. Quello attuale, invece, sembra essere un individuo pienamente adulto: una massa muscolare che, unita alla velocità di crociera di questo pesce (capace di toccare i 70 km/h), trasforma un semplice cambio di rotta in una mazza idraulica. Il racconto di Zacà è illuminante a questo proposito: «La prua ha sobbalzato e il motore ha fatto un rumore metallico». La spiegazione fisica è semplice, se la si analizza a freddo: lo squalo, cercando di evitare l’ostacolo o allontanarsi da una fonte di stress (lo scafo), ha calcolato male la traiettoria, finendo per colpire la parte più rigida del natante. Nessuna strategia bellica, nessuna volontà di ribaltare l’imbarcazione, solo una brutale legge della meccanica applicata al regno animale.
Il rumore dei social e la ferita invisibile
Ciò che rende questo episodio emblematico, al di là del brivido momentaneo provato dai diportisti, è la distorsione mediatica dell’accaduto. La condivisione virale del video ha amplificato la percezione del pericolo, alimentando quella psicosi da “squalo assassino” a cui i media italiani sembrano particolarmente affezionati ogni estate. Eppure, l’animale aveva una «vistosa ferita» addosso: una circostanza, questa, che avrebbe dovuto suggerire prudenza interpretativa. Un predatore ferito è probabilmente stressato, dolorante, e quindi più incline a reazioni spropositate; ma non per questo pianifica un assalto frontale contro una barca. Così, mentre il web continua a parlare di “attacco”, la scena reale – quella che si vede nel video per intero – racconta un’altra storia: lo squalo che se ne va, che «scompare nel blu scuro» dopo qualche secondo, lasciando il silenzio e uno scafo intatto. Un’immagine ben diversa da quella urlata nelle prime pagine digitali.




