Tempi bui, la risposta degli U2: a sorpresa un Ep di protesta tra Minneapolis e Gaza

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nella carriera di una band che ha fatto della coscienza globale la propria cifra stilistica, in cui l’urgenza della cronaca supera le strategie di marketing discografico. Ed è esattamente quello che deve essere successo nella stanza dove gli U2 stavano lavorando al nuovo album, se hanno deciso di interrompere tutto e pubblicare Days of Ash, un EP di cinque canzoni e una poesia fatto uscire nel silenzio assoluto della rete, senza preavviso, nel giorno del Mercoledì delle Ceneri. Una data, quella scelta, che non lascia spazio a interpretazioni: non è un caso, ma una dichiarazione d’intenti, un atto liturgico laico per tempi che Bono Vox stesso definisce, senza mezzi termini, “folli e esasperanti”. Non si tratta di semplice impegno, quello che negli anni abbiamo conosciuto attraverso le campagne per l’annullamento del debito o i concerti per il Mandela Day; qui si parla di trincea, di risposta immediata a fatti di sangue specifici, di nomi e cognomi che altrimenti rischierebbero di essere inghiottiti dal rumore di fondo dell’indifferenza -1-5.

La prima cosa che colpisce, ascoltando i brani, è la geografia frammentata del dolore che la band irlandese decide di abbracciare. Si parte da Minneapolis, dall’uccisione di Renée Good, la madre di tre figli uccisa a gennaio da un agente dell’Ice mentre protestava contro le operazioni dell’immigrazione. American Obituary è un pugno nello stomaco che recupera quella vena punk rock che non sentivamo da tempo, con Bono che scandisce quasi come un’invocazione funebre: “Renée Good, nata per morire libera, madre americana di tre figli, sette giorni di gennaio, un proiettile per ogni bambino, vedi” -3-10. Un tentativo, il loro, di restituire dignità a una donna che la segretaria alla Sicurezza Nazionale Kristi Noem aveva bollato come “terrorista domestica”, un’etichetta che Bono, nelle interviste rilasciate alla rinata fanzine Propaganda, definisce come un tentativo di assassinare il significato stesso delle parole, e con esso la democrazia -3.

E se il fronte americano occupa la trincea di apertura, lo sguardo si sposta subito altrove, seguendo una mappa che tiene insieme Iran, Palestina e Ucraina. In Song of the Future la band celebra la memoria di Sarina Esmailzadeh, la sedicenne uccisa dalle forze di sicurezza iraniane durante le proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022, dopo la morte di Jina Mahsa Amini -5-6. Un brano che diventa inno, che cerca di dare una melodia alla rabbia di chi non ha più voce. Parallelamente, One Life at a Time è dedicata ad Awdah Hathaleen, l’attivista palestinese padre di tre figli, ucciso in Cisgiordania lo scorso luglio da un colono israeliano nel suo villaggio, un uomo che aveva lavorato anche al documentario premio Oscar No Other Land -3-6. La scelta di Bono di parlare di “brutalità dilagante” nella risposta di Netanyahu agli attacchi del 7 ottobre, così come la condanna senza appello di Putin, dimostra una volontà di non allinearsi a nessuna tifoseria, di mantenere quella che lui chiama una posizione di “centro radicale”, capace di guardare alle vittime civili da entrambi i lati di ogni barricata -3.

A chiudere il cerchio, o meglio a gettare un ponte verso un futuro che si spera meno buio, ci pensa Yours Eternally, il brano che vede la collaborazione di Ed Sheeran e del musicista ucraino Taras Topolia, trasformato in soldato dopo l’invasione russa. La genesi del pezzo è raccontata come un incontro fortuito in una stazione della metropolitana di Kiev, dove Bono e The Edge si erano recati nel maggio del 2022 per suonare in un rifugio antiaereo, su invito del presidente Zelenskyy -3-8. Il brano, scritto come una lettera dal fronte, anticipa l’uscita di un cortometraggio documentario diretto dal regista ucraino Ilya Mikhaylus, previsto per il 24 febbraio, giorno del quarto anniversario dell’inizio della guerra -2-5. Non è solo musica, insomma, ma un tentativo di tenere accesi i riflettori su scenari di cui si rischia di perdere traccia, un’operazione di memoria attiva che la band porta avanti con la coerenza di chi, come ricorda il batterista Larry Mullen Jr., fin dagli esordi con Amnesty International ha sempre accettato il rischio del contraccolpo pur di prendere posizione -3-5.

La rinascita di Propaganda e il ritorno alle radici

A corollario di questo progetto urgente, gli U2 hanno riesumato Propaganda, il loro storico fanzine degli anni Ottanta, trasformandolo in un oggetto digitale di 52 pagine che accompagna l’ascolto e ne spiega le ragioni profonde -1-5. Un Titolo, Six Postcards From The Present… Wish We Weren’t Here, che suona quasi come una scusa, un “vorremmo non essere qui a raccontarvelo”, ma anche come la conferma di una missione che il quartetto sente propria. All’interno, oltre ai testi e ai collegamenti ad articoli di approfondimento sulle vicende narrate, trovano spazio le riflessioni personali dei membri della band: The Edge scrive di un mondo in cui i confini non si cancellano con la forza, e in cui la dignità delle persone non è negoziabile, mentre Adam Clayton condivide le sue letture e l’importanza di non saltare a giudizio -1-5. C’è anche Larry Mullen Jr. che, tornato alla batteria dopo un serio problema al collo che lo aveva costretto a saltare la residency al Sphere di Las Vegas, ammette di non essere stato sicuro di poter suonare di nuovo, e di aver dovuto rivedere completamente il suo approccio allo strumento per non farsi male -3-8.

La scelta di far uscire questo EP prima del vero e proprio album in lavorazione, previsto per la fine del 2026, è motivata da Bono con una semplicità disarmante: queste canzoni non potevano aspettare, erano impazienti di essere ascoltate -1-2. Esattamente il contrario di ciò che accade di solito nell’industria musicale, dove tutto è programmato e calibrato. Loro hanno rotto gli schemi, consapevoli che i brani che stanno preparando per il disco, una ventina circa, avranno un tono completamente diverso, più celebrativo, quasi da vibe da carnevale, perché, come spiega lo stesso frontman, “si può prendere a calci l’oscurità solo per un po’”, poi arriva il momento di cercare di rendere la luce più brillante -8. Ma prima di arrivare alla festa, bisogna attraversare il lutto, e Days of Ash è esattamente questo: il lamento funebre per un’epoca che sembra aver perso la bussola, raccontato attraverso sei storie che altrimenti, forse, sarebbero state solo una statistica.

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