Balogun e il rosso cancellato: la decisione solitaria del presidente della Commissione disciplinare Fifa

Balogun e il rosso cancellato: la decisione solitaria del presidente della Commissione disciplinare Fifa
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Redazione Sport Redazione Sport   -   Mai prima d’ora le dinamiche della geopolitica globale si erano intrecciate in modo così sfacciato con i verdetti del campo, scuotendo profondamente i vertici della Fifa e trasformando la vicenda Balogun in uno dei più grandi scandali istituzionali della storia del pallone. Tutto ha avuto inizio con un'espulsione rimediata dall'attaccante statunitense durante la sfida contro la Bosnia, valida per i sedicesimi del Mondiale, un cartellino rosso che sembrava destinato a chiudere anzitempo la sua avventura nella competizione casalinga.

Il retroscena del Times

A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato il Times di Londra, che ha rivelato un retroscena destinato a minare la credibilità dell'intero apparato disciplinare della federazione internazionale. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano britannico, la decisione di annullare la squalifica di Folarin Balogun sarebbe stata presa da Mohammad Al Kamali, presidente della Commissione disciplinare Fifa, senza che questi si preoccupasse minimamente di consultare gli altri diciassette membri dell'organismo.

Un atto unilaterale che viola di fatto le prassi consolidate, visto che i casi più rilevanti vengono generalmente gestiti da un collegio di almeno tre componenti, e che ha sollevato un polverone internazionale.

La rivelazione arriva a distanza di giorni dalla gara che ha visto gli Stati Uniti uscire sconfitti per 1-4 contro il Belgio, un passaggio a vuoto che ha inevitabilmente riacceso i riflettori sulla "grazia" concessa al giovane attaccante del Monaco. Al Kamali, eletto alla guida della commissione durante il Congresso Fifa del 2025, avrebbe agito in piena autonomia, avallando un provvedimento eccezionale che non trova riscontri nella prassi precedente.

La telefonata di Trump

La vicenda ha assunto contorni clamorosi quando lo stesso presidente americano, Donald Trump, ha confessato di aver personalmente chiamato il numero uno della Fifa, Gianni Infantino, per manifestare il proprio dissenso nei confronti del provvedimento. Il capo della Casa Bianca ha sostenuto di aver semplicemente chiesto un riesame delle immagini, negando di aver preteso la revoca del cartellino, ma la sua dichiarazione è bastata a innescare un'ondata di critiche nei confronti dell'organismo calcistico.

Le parole di Trump hanno alimentato il sospetto che la politica abbia messo le mani sul regolamento, compromettendo quella "indipendenza" di cui la Commissione disciplinare Fifa si vanta e che dovrebbe garantire la parità di trattamento tra tutte le nazionali. Non è un caso, del resto, che a pochi giorni dallo scandalo Balogun sia arrivato il secco diniego al ricorso presentato dalla Federazione francese per contestare un cartellino giallo rifilato a Michael Olise, un episodio che ha gettato ulteriori ombre sull'effettiva coerenza dell'operato della Fifa.

Le parole di Balogun

Il diretto interessato, ospite del programma mattutino della CBS, ha infine rotto il silenzio, raccontando per la prima volta in pubblico il suo punto di vista. L'attaccante statunitense, pur ammettendo di aver provato inizialmente un senso di sollievo per la decisione che gli permetteva di scendere in campo nell'ottavo di finale, ha ammesso di aver successivamente compreso la portata della bufera che si stava scatenando intorno a lui e all'intero gruppo.

Un amaro contraltare a una storia che rischia di segnare per sempre la memoria di questa edizione del Mondiale, confermando la tesi, peraltro già esplorata in un recente numero speciale della rivista Iconografie intitolato "Gianni. Sull'uso politico del calcio", secondo cui la sfera del calcio non è mai stata, e forse non potrà mai essere, separata dalle logiche del potere politico.

La gestione del potere

L'istituzione guidata da Infantino, già al centro di polemiche per i suoi rapporti privilegiati con i capi di Stato dei paesi organizzatori dei grandi eventi, da Putin a Bin Salman fino allo stesso Trump, si trova ora a gestire un caso che ne mette in luce le contraddizioni più profonde.

La scelta di non commentare le accuse del Times, unita al silenzio dello stesso Kamali interpellato dalla BBC, ha finito per aggravare la percezione di un'autorità che agisce in una zona grigia, lontana dai princìpi di trasparenza che aveva solennemente promesso in occasione dell'elezione del suo presidente.

La vicenda Balogun, con il suo intreccio di decisioni solitarie e pressioni politiche, rischia di diventare un pericoloso precedente. Perché se è vero che il regolamento Fifa concede al presidente della commissione la facoltà di decidere in casi specifici, la rapidità e la modalità con cui è stata gestita la pratica hanno fatto scattare un campanello d'allarme, spingendo molti osservatori a chiedere un'inchiesta approfondita per fare luce su quanto realmente accaduto nelle stanze del potere di Zurigo.

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