Il caso Balogun e il potere discrezionale di Infantino: quando la politica si siede in panchina
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Redazione Sport
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Mai prima d’ora le dinamiche della geopolitica globale si erano intrecciate in modo così sfacciato con i verdetti del campo, scuotendo profondamente i vertici della Fifa e trasformando la vicenda Balogun in uno dei più grandi scandali istituzionali della storia del pallone. Tutto ha avuto inizio con un’espulsione rimediata dall’attaccante statunitense durante la sfida contro la Bosnia, valida per i sedicesimi del Mondiale.
Un cartellino rosso che, secondo il regolamento, avrebbe dovuto costargli la squalifica per gli ottavi di finale contro il Belgio, ma che è stato invece revocato in circostanze tutt’altro che chiare.
Una telefonata e una decisione solitaria
La svolta arriva quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, confessa di aver personalmente chiamato il presidente della Fifa, Gianni Infantino, per manifestare la propria contrarietà al provvedimento. Una telefonata che ha scatenato un putiferio mediatico e che ha gettato ombre pesantissime sull’indipendenza dell’organo disciplinare. A rendere la vicenda ancora più grave sono le rivelazioni del Times di Londra: la revoca della squalifica non sarebbe stata decisa dal collegio nella sua interezza, ma da un singolo uomo.
Secondo quanto pubblicato dal quotidiano britannico, Mohammad Al Kamali, presidente della commissione disciplinare Fifa, avrebbe agito senza consultare gli altri 17 membri dell’organismo, concedendo a Balogun di scendere in campo contro il Belgio e alimentando il sospetto di un doppio standard nella gestione della giustizia sportiva.
La doppia morale della Fifa e il caso Oulissi
Le accuse di parzialità hanno trovato ulteriore linfa nei giorni successivi, quando la Fifa ha invece respinto un ricorso della Federcalcio francese per contestare un cartellino giallo rifilato a Michael Oulissi durante la partita contro il Paraguay. Un caso di scuola, quello del centrocampista transalpino, che sembra aver dimostrato una disparità di trattamento difficilmente giustificabile, gettando benzina sul fuoco di una polemica che rischia di minare per sempre la credibilità del massimo organismo calcistico mondiale.
L'impressione, condivisa da molti addetti ai lavori, è che la FIFA abbia applicato una doppia lettura del regolamento, piegando le norme alle pressioni politiche che provenivano dalla Casa Bianca.
I retroscena dell’inchiesta del Times
Secondo quanto ricostruito dal Times, la decisione di Al Kamali sarebbe stata presa in totale autonomia, basandosi su un cavillo del regolamento disciplinare che, seppur presente, non era mai stato utilizzato in un caso di tale portata prima d’ora. La gravità dell’accusa risiede nel fatto che la commissione è stata di fatto aggirata, minando il principio di collegialità che dovrebbe garantire l’imparzialità dei giudizi.
"Sebbene Infantino dovrebbe superare le conseguenze dello scandalo e non avere avversari per la rielezione il prossimo anno", scrive il Times, "la vicenda ha danneggiato a tal punto la sua reputazione che quasi certamente gli sarà impedito di raggiungere i suoi obiettivi principali nel suo ultimo mandato: ampliare la Coppa del Mondo per club e/o renderla un torneo biennale".
Geopolitica del pallone
Lo scandalo Balogun è solo l’ultimo, eclatante, tassello di una lunga serie di episodi che raccontano l’intreccio sempre più profondo tra il potere politico e quello calcistico. L’asse tra Donald Trump e Gianni Infantino è un simbolo di questa tendenza, che ha trasformato la FIFA in un attore geopolitico di primo piano.
L'assegnazione dei Mondiali a Qatar e Russia, il rapporto viscerale con l'Arabia Saudita e la recente istituzione del "FIFA Peace Prize" assegnato allo stesso Trump sono solo alcuni dei precedenti che hanno portato a una progressiva erosione della tanto sbandierata neutralità dello sport.
La vicenda di Balogun, con il suo carico di pressioni politiche e decisioni discrezionali, rappresenta forse il punto più basso mai toccato dall'istituzione, sollevando interrogativi inquietanti sul futuro della giustizia sportiva e sul ruolo della politica in un campo, quello del calcio, che dovrebbe rimanere un terreno di gioco, non di scontri di potere. La rielezione di Infantino è ormai un miraggio in un'atmosfera pesantemente compromessa.




