Artemis 2, il conto alla rovescia per il ritorno dell’uomo nell’orbita lunare dopo cinquantatré anni

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Sono iniziati gli ultimi, frenetici preparativi al Kennedy Space Center di Cape Canaveral, dove i quattro astronauti della missione Artemis II sono entrati nella fase di quarantena pre-volo, a pochi giorni da quella che si preannuncia come la prima incursione umana nello spazio profondo dal lontano dicembre del 1972. L’equipaggio – composto dal comandante Reid Wiseman, dal pilota Victor Glover e dalle specialiste di missione Christina Koch, tutti della NASA, insieme a Jeremy Hansen dell’Agenzia Spaziale Canadese (CSA) – ha raggiunto la base di lancio alla fine della scorsa settimana, trovando il gigantesco razzo Space Launch System (SLS) già posizionato sulla piattaforma 39-B, in attesa del fatidico via libera per l’orbita lunare. Il lancio, il cui primo tentativo è fissato per il primo aprile, rappresenta non solo un traguardo tecnico, ma anche il simbolo di una nuova era di esplorazione, destinata a superare i confini raggiunti dai programmi Apollo.

L’attesa per il ritorno nel cosmo profondo

Sarà una missione dal profilo complesso quello che attende i quattro astronauti, destinati a percorrere una traiettoria di “ritorno libero” attorno al nostro satellite, una sorta di otto cosmico che li spingerà fino a oltre 370mila chilometri dalla Terra, superando il record di distanza stabilito dal malcapitato Apollo 13. A differenza delle missioni degli anni Sessanta e Settanta, che avevano come obiettivo primario la conquista politica della corsa spaziale, Artemis II si concentrerà sulla verifica meticolosa dei sistemi di supporto vitale della capsula Orion, elementi mai testati prima con un equipaggio a bordo in un ambiente così ostile. L’equipaggio, che vanta veterani dello spazio come Wiseman e Glover – entrambi con lunghe permanenze a bordo della Stazione Spaziale Internazionale alle spalle – avrà il compito di pilotare manualmente la navicella durante alcune fasi critiche, manovrando vicino allo stadio superiore del razzo per dimostrare la precisione di aggancio necessaria per le future missioni di atterraggio.

Un equipaggio che fa la storia e le sfide tecniche di un programma ambizioso

A bordo della Orion, che si prepara a ricevere il carico di dati e video trasmessi grazie al nuovo sistema di comunicazione ottica (O2O), ci sarà infatti chi è destinato a infrangere barriere storiche: Victor Glover sarà il primo afroamericano a viaggiare in direzione della Luna, mentre Christina Koch, detentrice del record per la permanenza continua più lunga nello spazio da parte di una donna, sarà la prima donna a compiere questo viaggio. A loro si aggiunge Jeremy Hansen, un non veterano dei voli spaziali che diventerà il primo non americano a superare l’orbita terrestre bassa, un gesto di collaborazione internazionale che riflette la volontà di stabilire una presenza umana sostenibile, piuttosto che una semplice competizione geopolitica. Il cammino verso questa partenza, inizialmente prevista per febbraio, è stato costellato dalle difficoltà tecniche tipiche di un programma pionieristico: perdite di idrogeno liquido durante le prove di rifornimento (le cosiddette “wet dress rehearsal”) hanno richiesto interventi di riparazione sulle guarnizioni del razzo, mentre successivi intoppi legati al flusso dell’elio nello stadio superiore hanno imposto ulteriori verifiche, ritardando il trasferimento al sito di lancio.

Il contesto storico e la visione di un ritorno senza precedenti

L’ombra lunga del programma Apollo, che concluse la sua corsa bruscamente nel 1972 lasciando due vettori inutilizzati sulla rampa, aleggia inevitabilmente su questo tentativo di ritorno. In una celebre intervista concessa alla BBC all’epoca della chiusura del programma, il direttore di lancio Rocco Petrone aveva espresso la certezza che la Luna sarebbe rimasta lì ad attenderci, auspicando un ritorno che allora sembrava lontano. Oggi, con la tecnologia del nuovo secolo a bordo della capsula Orion – che può ospitare quattro astronauti in voli di lunga durata – e con un razzo SLS che, pur essendo più corto del Saturno V, sviluppa una spinta al decollo persino superiore, l’approccio alla Luna è radicalmente diverso. Non si tratta più di un’avventura solitaria, ma del primo passo verso la costruzione di una presenza permanente: il giornalista e divulgatore scientifico Paolo Attivissimo, nel suo ultimo saggio, ha anticipato i temi di questo nuovo corso, descrivendo come il ritorno sul nostro satellite possa aprire la strada a veri e propri “condomini extraterrestri”, trasformando l’esplorazione in una prospettiva abitativa.

Le ultime verifiche in attesa del conto alla rovescia finale

L’equipaggio, entrato in quarantena il 18 marzo a Houston per preservare le condizioni di salute in vista del volo, ha già completato i trasferimenti e le consuete esercitazioni con i nuovi modulari abiti arancioni indossati durante il lancio, progettati per garantire la sopravvivenza degli astronauti anche in caso di depressurizzazione per diversi giorni. Mentre i tecnici procedono con i rifornimenti finali del carburante criogenico, gli occhi sono puntati sulla finestra di lancio che si aprirà il primo aprile, con opportunità alternative disponibili fino al sei aprile. Per il comandante Reid Wiseman, che ha definito l’impresa “epica” e confessato di non riuscire a pensare ad altro, il momento rappresenta il culmine di un percorso iniziato con la selezione dell’equipaggio nel lontano 2023: una missione di prova, certo, ma anche la più audace avventura umana nel cosmo da oltre cinquant’anni, destinata a tracciare il solco per le generazioni future.

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