Urso risponde a Della Valle: un tavolo contro il caporalato per tutelare il Made in Italy
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Redazione Economia
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All’indomani delle dichiarazioni di Diego Della Valle, che dal palco di un convegno a Capri ha respinto con forza le accuse di caporalato mosse dalla Procura di Milano e ha denunciato i danni degli “scoop mediatici”, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha avviato un confronto diretto con l’imprenditore, annunciando un tavolo di lavoro urgente per il 15 ottobre. L’iniziativa, che coinvolgerà le principali associazioni di categoria, si prefigge di definire interventi concreti sulla legalità e sul contrasto al lavoro irregolare, gettando le basi per il più ampio tavolo della Moda previsto a novembre. Urso, recependo le sollecitazioni provenienti dal mondo imprenditoriale, ha illustrato a Della Valle un provvedimento legislativo che punta a introdurre un meccanismo di certificazione preventiva affidata a un ente terzo, il quale avrebbe il compito di verificare la piena regolarità delle aziende fornitrici, permettendo così ai brand di garantire l’integrità dell’intera filiera produttiva.
Una certificazione per la filiera
Il cuore della proposta, nata dall’esigenza di proteggere un settore strategico per l’economia nazionale, risiede nell’istituzione di una sorta di “bollino” di legalità, uno strumento volontario che i grandi marchi potrebbero adottare per attestare la correttezza dei propri subappalti. Questo sistema, che si vorrebbe implementare d’intesa con le associazioni del settore, mira a scongiurare quelle opacità che, in passato, hanno talvolta permesso a fenomeni di sfruttamento di infiltrarsi in un indotto di altissima qualità. L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato, si intende offrire una garanzia ai consumatori, sempre più attenti alla sostenibilità etica dei prodotti; dall’altro, si vuole fornire uno scudo alle aziende virtuose, le quali, come ha sottolineato Della Valle, rischiano di essere ingiustamente penalizzate da notizie che, sebbene di breve durata, lasciano un segno indelebile sulla reputazione.
La piattaforma di controllo e i "semafori rossi"
Parallelamente al disegno di certificazione, prende forma una piattaforma digitale di controllo che, mappando i fornitori, assegnerà delle vere e proprie “etichette” di regolarità, creando una green list per le aziende ineccepibili e segnalando con “semafori rossi” quelle che presentano irregolarità. Questo strumento tecnologico, che si propone di tracciare l’intera catena di produzione, nasce dalla consapevolezza, più volte espressa negli ambienti di governo, che un prodotto venduto a prezzi eccessivamente bassi nasconde spesso dinamiche distorte. “Se un jeans viene prodotto a 3€, qualcosa non funziona”, è l’assunto di base che guida l’iniziativa, la quale intende contrastare non solo il caporalato ma anche quella concorrenza sleale del fast fashion che, basandosi su costi di produzione irrealistici, mina alla base la competitività del vero Made in Italy.
Le inchieste e la svolta sulla tracciabilità
Il contesto in cui si inseriscono queste mosse è segnato da recenti inchieste della magistratura, le quali hanno portato alla luce, in modo rispettoso delle indagini e senza scadere in dettagli espliciti, criticità in alcuni appalti del lusso, con riferimento a subappalti, compensi inadeguati e carenze nella sicurezza. Questi sviluppi giudiziari, che hanno coinvolto anche realtà di primo piano, hanno accelerato la ricerca di una risposta sistemica, spingendo verso un modello di tracciabilità che possa funzionare da deterrente. La risposta del governo, perciò, non si limita a un intervento puntuale ma delinea una strategia organica per preservare un patrimonio produttivo unico, tentando di conciliare le esigenze di tutela del lavoro con la necessità di non ostacolare le imprese che operano nella legalità.




