Ddl caccia, il rischio di una nuova procedura d’infrazione europea

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il dibattito intorno al disegno di legge 1552, in calendario al Senato per la giornata di martedì 23 giugno, ha finito per cristallizzarsi attorno a una contrapposizione quasi rituale, quella tra le ragioni della tutela ambientale e le richieste del mondo venatorio. Eppure, a guardare il testo con attenzione, emergono profili che trascendono lo schema classico del conflitto ideologico e toccano invece il delicato equilibrio tra autonomia legislativa nazionale e vincoli derivanti dall’appartenenza all'Unione europea.

Non si tratta soltanto di stabilire se sia giusto o meno allargare le maglie della disciplina venatoria, bensì di verificare se l'Italia, con questa riforma, rischi di esporsi a una nuova e onerosa procedura d'infrazione, con tutte le conseguenze finanziarie e di immagine che ciò comporterebbe.

I nodi normativi che allarmano gli esperti

Il cuore del contendere, per chi segue le dinamiche giuridiche più che quelle politiche, risiede nella compatibilità del ddl con la direttiva Uccelli e con la direttiva Habitat, due pilastri del diritto comunitario in materia di conservazione della biodiversità. La riforma, come denunciato con forza da Sergio Costa, ex ministro dell'Ambiente e ora generale dei carabinieri, conterrebbe disposizioni che non solo allentano i vincoli su tempi e modalità di caccia, ma finirebbero per vanificare decenni di acquisizioni giurisprudenziali e di piani di gestione faunistica.

L'intervista rilasciata da Costa, nella quale definisce il provvedimento "un'aberrazione che va fermata" e accusa il ministro Gilberto Pichetto Fratin di rimanere in silenzio nonostante sia consapevole dei rischi, ha riacceso i riflettori su un aspetto che i tecnici del ministero conoscono bene: la possibilità che Bruxelles avvii una procedura di infrazione già nei prossimi mesi, qualora il testo venisse approvato in via definitiva.

La questione della biodiversità e il precedente giudiziario

A preoccupare non è solo la filosofia generale del provvedimento, quanto alcune norme specifiche che sembrano scritti per aggirare i pareri negativi espressi in passato dall'Ispra e da altri enti scientifici. La rimozione di dispositivi normativi pensati per salvaguardare le specie migratorie e per garantire un prelievo venatorio sostenibile, secondo l'etologa Chiara Grasso, rappresenta un passo indietro rispetto agli impegni assunti dall'Italia in sede europea.

La stessa Grasso, intervenuta a margine delle proteste organizzate a Roma proprio nella giornata della votazione, ha sottolineato come la legge, definita da molti "sparatutto", finirebbe per mettere a repentaglio la sicurezza delle persone e la salute degli ecosistemi, ma anche come essa violi palesemente quei principi di precauzione e di azione che la Corte di Giustizia europea ha più volte richiamato nelle sue sentenze.

Il precedente è immediato: la procedura di infrazione per la gestione del lupo o per la tutela dell'orso bruno marsicano ha insegnato che il giudice europeo non tollera deroghe non supportate da solide basi scientifiche.

La replica dei proprietari terrieri e il caso del Padule

In questo clima di tensione, non mancano le voci contrarie al coro delle contestazioni. L'associazione dei proprietari terrieri "Il Padule" ha voluto rispondere alle preoccupazioni sollevate dal Wwf, che nei giorni scorsi aveva parlato di un ritorno indietro di trent'anni, ribadendo che la nuova legge comporterebbe invece vantaggi in termini di recupero biologico e naturalistico per l'area umida di Fucecchio.

Secondo questa posizione, espressa da proprietà e cacciatori, il ddl non rappresenterebbe una minaccia ma un'opportunità, sebbene la loro lettura si scontri con le argomentazioni del delegato Wwf Guido Scoccianti, il quale ha paventato una liberalizzazione selvaggia dell'attività venatoria.

Il contrasto tra queste visioni, tuttavia, non riguarda solo l'opportunità politica della riforma, ma si innesta su un piano tecnico: mentre gli agricoltori rivendicano la necessità di contenere le specie dannose per le colture, gli ambientalisti ribattono che il testo attuale non distingue adeguatamente tra specie problematiche e specie protette, creando le condizioni per un contenzioso giudiziario che, come spesso accade, finirebbe per gravare sulle casse dello Stato.

Le conseguenze di un'eventuale condanna europea

Il punto, insomma, non è soltanto etico o ecologico, ma strettamente finanziario e politico. Se il Senato dovesse approvare il ddl e la Camera lo confermasse, l'Italia si troverebbe a dover gestire non solo le proteste di piazza e le petizioni dei cittadini, ma anche un contenzioso con l'Unione europea che potrebbe tradursi in una condanna con pagamento di sanzioni pecuniarie.

Le procedure d'infrazione, come hanno dimostrato i casi relativi alla qualità dell'aria o alla gestione dei rifiuti, non sono mai semplici da smaltire e comportano costi politici rilevanti, oltre che economici, per i governi che le subiscono.

Ecco perché, al di là delle rassicurazioni di facciata, il silenzio del ministro Pichetto Fratin, rilevato da Costa, appare a molti osservatori come il segnale di una consapevolezza imbarazzata dei rischi giuridici che si stanno correndo, quasi che l'esecutivo preferisca non affrontare pubblicamente un nodo che potrebbe aprire un nuovo, durissimo fronte con Bruxelles.

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