Il paradosso energetico europeo: la Spagna guida le importazioni di gas russo mentre l’Italia guarda alle rinnovabili

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nonostante i venti di guerra che hanno sconvolto gli equilibri geopolitici e l’approvazione del ventesimo pacchetto di sanzioni da parte dell’Unione Europea, il vecchio continente continua a rappresentare un mercato di sbocco fondamentale per l’oro blu di Vladimir Putin. Va chiarito subito un punto, spesso frainteso nel dibattito pubblico: l’embargo sul gas, a differenza di quello su carbone e petrolio (quest’ultimo solo parziale via mare), non è mai realmente entrato in vigore. Le restrizioni esistenti, come quelle approvate a gennaio dal Consiglio Ue che prevedono un phase-out totale entro il 2027, devono ancora esaurire il loro iter o riguardano esclusivamente i contratti a breve termine. È in questo vuoto normativo, amplificato dalle recenti crisi mediorientali, che si inserisce il paradosso del momento: la Spagna, spesso portata ad esempio per la sua transizione verde, è diventata il maggior acquirente di gas liquefatto russo.

Il record di Madrid e i numeri dell’import nel Mediterraneo

Secondo i dati elaborati dal Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea) e dalla società Enagás, nel mese di marzo la Spagna ha acquistato gas naturale liquefatto dalla Russia per un valore di circa 355 milioni di euro, segnando un incremento del 124% rispetto al mese precedente. Questo volume, che ha interessato praticamente tutti i terminali di rigassificazione iberici con un picco a Bilbao, rappresenta una quota pari al 26,1% del totale importato dal paese. A livello europeo, dietro a Madrid troviamo Ungheria (297 milioni), Francia (287 milioni) e Belgio (219 milioni), a testimonianza di come il flusso di GNL russo verso occidente non solo non si sia arrestato, ma abbia trovato nuova linfa vitale dopo l’escalation del conflitto in Iran che ha bloccato di fatto il transito via Stretto di Hormuz. La stessa Unione Europea, nel suo complesso, ha incrementato gli acquisti del 38% su base annua a marzo, importando metano russo per un valore complessivo che sfiora il miliardo e mezzo di euro.

L’Italia, tra petroliere dalla Turchia e la scommessa di Schlein

E l’Italia in tutto questo? Sebbene il nostro paese abbia compiuto progressi significativi nella diversificazione, aumentando le forniture via gasdotto dall’Algeria e implementando la capacità di rigassificazione per attingere ai mercati statunitense e qatariota, la dipendenza strutturale dal metano resta un tema scottante. Nei dati diffusi dal Crea emerge che, pur non figurando tra i primi acquirenti diretti di GNL russo a marzo, l’Italia ha ricevuto petroliere cariche di prodotti derivanti dalla raffinazione del greggio russo, transitati attraverso la Turchia. Un meccanismo di triangolazione, questo, che dimostra la resilienza delle catene logistiche energetiche nonostante le sanzioni.

In questo contesto si inserisce la voce della segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein. Reduce dal vertice progressista di Barcellona – dove ha incontrato Pedro Sánchez e Lula – la leader dem ha rilasciato un’intervista a La Stampa in cui ha rivendicato la necessità di un’accelerazione decisa verso le fonti pulite. Schlein ha liquidato le critiche sul modello spagnolo (che, non dimentichiamolo, importa gas russo come pochi altri), sostenendo che l’incidenza del prezzo del gas sul costo energetico iberico è solo del 15% contro l’80% italiano, merito degli investimenti massicci nelle rinnovabili voluti da Sánchez. Un’argomentazione, quella della leader dem, che prova a scindere la politica industriale interna dalle contraddizioni del mercato globale, dove a dettare legge sono i vecchi contratti “take or pay” – come quelli che legano Francia e Spagna a Mosca – e le emergenze contingenti.

Gasdotto contro GNL e le crepe nel fronte occidentale

La distinzione tra le vecchie forniture via tubo e il gas naturale liquefatto è cruciale per capire la situazione attuale. Le prime si sono praticamente azzerate nel 2022, non tanto per le sanzioni, quanto per il rifiuto degli europei di sottostare al ricatto di Putin che voleva i pagamenti in rubli su Gazprombank. Il GNL, invece, viaggia su navi, è soggetto a una giurisdizione commerciale internazionale diversa e, in molti casi, è coperto da contratti pluriennali siglati prima dell’invasione dell’Ucraina. Per questo, aziende e governi come quelli di Madrid e Parigi continuano a ricevere il prodotto: smettere significherebbe incorrere in penali miliardarie e soccombere in cause presso i tribunali arbitrali.

Mentre l’Unione Europea fissa al 2027 la data dello “sganciamento” totale, la realtà dei fatti racconta di una dipendenza che si riaffaccia prepotentemente con l’arrivo della primavera. La pressione sul costo della vita e la competitività industriale, come sottolineato indirettamente da Schlein nel suo appello a "fare in fretta" con le rinnovabili, rischiano di aprire nuove crepe nel fronte occidentale, crepe che Mosca è pronta a sfruttare per riconquistare quella centralità energetica persa (almeno sulla carta) due anni fa.

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