L’allarme di Descalzi sul gas russo e la morsa dell’Eni sulla transizione energetica europea

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Redazione Interno Redazione Interno   -   “No al gas di Putin” era un grido che, almeno a parole, univa gran parte del fronte occidentale. Eppure, mentre la retorica della dismissione rimbomba ancora nei palazzi di Bruxelles – dove tra l’altro il divieto per le importazioni spot di Gnl è già scattato lo scorso marzo -10 –, la realtà industriale del Vecchio Continente sembra procedere a marcia indietro. A gettare un secchio d’acqua fredda sulle certezze ideologiche della Commissione ci ha pensato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, che intervenuto nei giorni scorsi alla scuola di formazione della Lega ha lanciato una provocazione destinata a fare breccia nei timori dei produttori: secondo il manager, sarebbe necessario sospendere il blocco all’importazione di gas naturale liquefatto (Gnl) dalla Russia, in scadenza il primo gennaio del 2027. La posta in gioco, ha spiegato Descalzi, è altissima, poiché quei venti miliardi di metri cubi all’anno rappresentano un volano insostituibile per la nostra industria, una sorta di ancora di salvezza in un mare sempre più in tempesta.

La tempesta perfetta tra crisi di Hormuz e costi alle stelle

A rendere l’appello del numero uno del cane a sei zampe tutt’altro che una semplice uscita fuori programma è il contesto geopolitico esplosivo in cui ci troviamo. La chiusura pressoché totale dello Stretto di Hormuz, conseguenza diretta del conflitto che dilania il Medio Oriente, ha di fatto strozzato una delle arterie vitali del commercio globale, dove un tempo transitava circa un quinto del gas naturale liquefatto mondiale. A complicare ulteriormente il quadro, i danni riportati dal colosso qatariota Ras Laffan – che da solo copre una fetta importante dell’offerta globale – hanno ridotto del 17% la capacità di esportazione, creando un buco nell’offerta che i mercati faticano a tamponare. È in questo frangente, come sottolineato da più parti, che l’Europa si scopre incredibilmente vulnerabile: se fino a ieri guardavamo con sufficienza al gas russo etichettandolo come il “cattivo” di turno, oggi ci accorgiamo che le alternative non sono poi così rosee, vista la concorrenza spietata dei mercati asiatici pronti a contendersi ogni carico disponibile.

La tensione sale anche sul fronte dei prezzi, con conseguenze dirette sulla competitività del nostro sistema produttivo. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha lanciato un grido d’allarme che fa eco alle parole di Descalzi, ricordando come prima del conflitto ucraino pagassimo l’energia circa 28 euro a megawattora, mentre oggi quella cifra ha sfondato quota 160. Una voragine che rischia di rendere le nostre aziende, come le ha definite lo stesso Orsini, “fuori dalla competizione globale”. È interessante notare come, nonostante le apparenze, il Vecchio Continente sia ancora oggi il principale acquirente di Gnl russo, avendo superato persino la Cina: un paradosso solo apparente, che rivela la difficoltà di spezzare le catene della dipendenza energetica quando l’economia reale bussa alla porta con la forza di una ruspa.

Le falle nel fronte europeo e il ruolo della Lega

Se la posizione di Descalzi è dettata da pura logica industriale – garantire forniture certe per evitare una deindustrializzazione che nessuno osa ammettere ma che tutti temono –, il terreno politico su cui atterra è altrettanto infuocato. La Lega, che ha ospitato il manager nel suo palcoscenico formativo, non ha perso tempo nell’appropriarsi della tesi, vedendo nell’emergenza energetica la leva perfetta per sfidare le rigidità dell’Unione. Da Matteo Salvini a Paolo Borchia, l’affondo è chiaro: se a Bruxelles non si vuole capire che le regole del Patto di stabilità vanno riscritte per far fronte a questa emergenza, l’Italia potrebbe anche decidere di procedere in solitaria, magari sganciandosi dal giogo delle direttive sulla decarbonizzazione che molti giudicano semplicemente irrealistiche in questa fase.

Non mancano però le voci critiche, che vedono nella tentazione del gas russo una sorta di corto circuito strategico. Alcuni analisti ricordano come il Gnl russo, quello che arriva dall’impianto artico di Yamal, non passi certo da Hormuz, e quindi non risolverebbe il problema strutturale della scarsità, ma anzi rischierebbe di ripristinare una dipendenza che abbiamo giurato di voler recidere. La vera sfida, suggeriscono queste fonti, non sarebbe quella di tornare a guardare a Mosca con il cappello in mano, ma accelerare su un vero mercato unico dell’energia – sfruttando l’enorme potenziale solare del Sud Europa – e su misure di protezione sociale che assorbano l’impatto dei rincari senza sacrificare i principi di sicurezza nazionale. Tuttavia, con lo spettro della recessione che avanza e la chiusura di stabilimenti che potrebbe diventare una triste realtà quotidiana, la prudenza di Bruxelles rischia di apparire, agli occhi degli industriali, come una condanna a morte.

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