Massimo Bagnato, il palcoscenico del dolore: l’ex stella di Zelig finisce a processo per stalking, il legale parla di “piccoli episodi di disturbo”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’arresto del comico, avvenuto con modalità che il suo stesso difensore non ha esitato a definire brusche e spropositate, ha segnato il punto di caduta di una parabola che, solo trenta giorni fa, lo vedeva prepararsi a calcare il palcoscenico del Teatro Olimpico di Roma. L’attore, classe 1972 e volto noto del nonsense televisivo in programmi come "Zelig" e "Quelli che il calcio", si trovava, secondo la ricostruzione fornita dal legale Claudio Berardi, in uno stato di evidente agitazione quando i carabinieri della stazione Medaglie d’Oro sono intervenuti nel quartiere Balduina. La sua ex compagna, che ha posto fine a una relazione durata un decennio lo scorso aprile, lo aveva appena segnalato per l’ennesima presenza fisica sotto la sua abitazione. Alla vista della forza pubblica, l’artista avrebbe dato in escandescenze inveendo contro i militari e rivolgendo un’accusa quasi commossa alla donna – “Guarda cosa mi hai fatto, guarda cosa mi hai combinato” – mentre indicava i polsi costretti dalle manette.
Il paradosso della difesa tra “non reiterazione” e pedinamenti continui
La strategia processuale messa in campo dall’avvocato Berardi costruisce, nelle aule del tribunale di piazzale Clodio, una narrazione che cerca di scollinare il reato di stalking, ridimensionandone la portata. Pur ammettendo la spiacevolezza di certi gesti, il legale ha infatti parlato di assenza di reiterazione, descrivendo la condotta del suo assistito come una serie di “piccoli episodi di disturbo”. Una definizione, quest’ultima, che stride violentemente con la cronologia dei fatti emersa durante l’udienza di convalida; la donna ha infatti riferito di appostamenti continui sotto casa, fuori dalla palestra che frequenta e persino nei pressi del posto di lavoro, tanto da costringerla a modificare le proprie abitudini quotidiane e a bloccarlo su ogni canale di comunicazione digitale.
Bagnato, dal canto suo, ha ammesso di averla aspettata in quelle occasioni, ma ha rigettato l’accusa di violenza fisica modulandola su un registro diametralmente opposto: quello del “galantuomo” ferito che cerca solo una spiegazione “tranquillizzante” sulla fine della storia. Il giudice, pur non ravvisando gli estremi per la custodia cautelare in carcere – una richiesta avanzata dalla procura ma respinta per l’assenza di episodi di concreta violenza – ha comunque ritenuto necessario applicare una misura restrittiva. Per l’artista è scattato così il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, mentre la salita sul palco dell’Olimpico, prevista per il 30 marzo con uno spettacolo intitolato “Io mi chiamo Massimo Bagnato”, rimane ormai solo una parentesi lontana.
Il dettaglio del “metacarpo rotto” e la telefoniera interrotta
A rendere la vicenda giudiziaria meno lineare di quanto possa apparire, sono le testimonianze sulle modalità dell’arresto, avvenuto intorno alle 20:30 di lunedì. Stando al racconto del diretto interessato, la reazione dei carabinieri non sarebbe stata proporzionata: Bagnato ha dichiarato di essere arrivato in caserma con il metacarpo rotto, un infortunio che la difesa attribuisce alla “veemenza” con cui l’hanno spinto sul veicolo. Poco prima, la telefonata della donna al 112 si era interrotta bruscamente, circostanza che ha spinto le pattuglie a irrompere sul posto con il massimo dell’allerta.
Nonostante la difesa tenti di depistare l’attenzione su questi aspetti procedurali – definendo l’intervento “cruento” e sproporzionato – la sostanza penale rimane pesante. La donna ha infatti dichiarato di vivere in uno stato di ansia e timore tale da giustificare la richiesta di un provvedimento restrittivo, mentre il pubblico ministero ha messo nero su bianco un’aggravante: in una delle diverse occasioni in cui si presentava non gradito, Bagnato avrebbe suonato il campanello con tanta insistenza da riuscire a romperlo. La prossima udienza, fissata per il 10 luglio, servirà a chiarire se la condotta del comico rientri nella mera “educazione” invocata dall’avvocato Berardi o nei confini più severi del codice penale.




