Addio a Forattini, la matita che dissezionò il potere
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Redazione Interno
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Se ne è andato, all'età di novantaquattro anni, colui che ha trasformato una risata in un'analisi politica, un tratto di matita in un giudizio tagliente che, pur nella sua immediatezza, non ha mai abdicato al ruolo di approfondimento. Giorgio Forattini, scomparso ieri, non è stato semplicemente un vignettista, ma un cronista che ha scelto l'inchiostro e il segno grafico per raccontare decenni di vita italiana, dimostrando come la satira, quando è acuta e fondata, possa rappresentare la prosecuzione del giornalismo con altri mezzi, più diretti e spesso più memorabili. La sua carriera, lunga oltre cinquant'anni, ha attraversato e commentato le ere della Repubblica, lasciando un segno indelebile non solo sulle pagine dei giornali ma nell'immaginario collettivo, dove certe sue rappresentazioni sono diventate icone di interi periodi storici.
Il peso di un tratto, più di un editoriale
Quella di Forattini era una satira che, pur partendo da un'immediata riconoscibilità, possedeva una profondità di analisi tale da costringere spesso lo stesso potere a uno scomodo esame di coscienza. Come ebbe a riconoscere, seppur a denti stretti, uno dei suoi bersagli più famosi, la sua matita aveva un peso specifico pari a quello di un editoriale, se non superiore a molti articoli di giornale. Il suo approccio, che qualcuno ha definito "da giullare di carta", nascondeva in realtà uno studio attento della realtà politica, una capacità di sintesi che andava oltre la semplice battuta per cogliere il nucleo di una questione, un vizio, un'affettazione del potere. I suoi disegni, che qualcuno ricorda come "strepitosi", erano il frutto di un'osservazione continua e penetrante, capaci di fissare nella storia personaggi e situazioni con un'immediatezza che le sole parole faticano a eguagliare.
Reazioni e rapporti con i protagonisti delle sue vignette
La reazione dei potenti alle sue rappresentazioni è sempre stata un termometro preciso della loro efficacia. Si racconta, ad esempio, di come un certo leader socialista, ritratto in orbace e in una posa poco convenzionale, avesse perso la pazienza, pur ammettendo in privato il valore di quelle vignette. Questi episodi, che fanno ormai parte dell'aneddotica politica, testimoniano la potenza di un linguaggio che sapeva arrivare dritto al bersaglio, smuovendo reazioni che andavano dall'irritazione all'amara costatazione. Lo stesso Forattini, del resto, non era immune alle tensioni che il suo lavoro poteva generare, come dimostra un recente episodio di amarezza legato a una disputa con un altro esponente politico di primo piano, che lo aveva portato a valutare persino l'ipotesi di un addio al giornale per cui lavorava.
L'evoluzione di un genere dentro la storia del giornalismo
La sua opera ha segnato un momento di svolta fondamentale per il genere satirico all'interno del panorama dell'informazione, contribuendo a elevarlo da strumento di pura battaglia, a volte di stampo propagandistico, a vera e propria sezione di un giornale, con una sua dignità giornalistica autonoma. Questa trasformazione, che ha incrociato in maniera significativa la storia di alcune testate, ha avuto in Forattini il suo artefice più noto e longevo, erede di una tradizione che affondava le radici in figure come Mario Melloni, in arte "Fortebraccio". La sua matita, insomma, non si è limitata a fare satira, ma ha fatto soprattutto giornalismo, raccontando con ironia e spesso con amarezza le pieghe più complesse e contraddittorie del potere, lasciando in eredità un archivio sterminato attraverso cui rileggere la nostra storia recente.




