Arezzo, caso di Zika e nuova allerta Dengue: scattano le disinfestazioni in Toscana e nel Bresciano

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Ancora un’estate che inizia all’insegna delle arbovirosi, con il sistema sanitario nazionale costretto, ormai da qualche anno, a fare i conti con un nemico sottile quanto pervasivo: le zanzare vettori. Mentre l’attenzione resta alta sull’evoluzione dei focolai, è di queste ore la notizia – destinata a muovere le acque della sanità pubblica – di un nuovo caso accertato di virus Zika ad Arezzo, seguito a stretto giro da una nuova segnalazione di Dengue importata a Scandicci, senza dimenticare un episodio sospetto nel Bresciano che ha già mobilitato i protocolli di prevenzione.

Il Comune di Arezzo, come si legge nell’ordinanza contingibile e urgente diffusa dopo la segnalazione dell’Azienda USL Toscana Sud Est, ha messo in campo un intervento straordinario di disinfestazione che partirà nella notte tra il 28 e il 29 aprile. L’interessata è la zona che gravita attorno all’ospedale San Donato, dove il paziente (il cui ricovero ha fatto scattare l’allarme) aveva soggiornato nei giorni precedenti, e si estende a raggiera per duecento metri in aree come via Vespucci e via Magellano. L’obiettivo è duplice: da un lato colpire le zanzare adulte con trattamenti adulticidi, dall’altro ridurre la proliferazione futura agendo sui focolai larvali, con ispezioni porta a porta che i residenti sono tenuti a permettere, pena sanzioni che, in caso di inosservanza, possono arrivare fino a cinquecento euro.

La Dengue non molla la presa: dal capoluogo fiorentino alla provincia di Brescia

Se il caso aretino richiama l’attenzione su Zika, un virus spesso passato in secondo piano dopo l’emergenza dei primi anni Duemiladieci ma comunque monitorato dall’Istituto Superiore di Sanità (che registra, al 31 marzo, due infezioni dall’inizio dell’anno), il vero banco di prova resta la Dengue. In Toscana, il secondo episodio in due giorni ha colpito una donna residente a Scandicci, reduce da un viaggio all’estero – ce lo si permetta di chiamare “il regalo sgradito” di ritorno dalle vacanze – e attualmente ricoverata all’ospedale di Careggi, dove i medici ne descrivono le condizioni come stabili e non preoccupanti. L’indagine epidemiologica della Asl Toscana Centro ha ricostruito gli spostamenti della paziente, circoscrivendo l’area a rischio in prossimità del confine con Firenze, precisamente in un perimetro che abbraccia vie come Francesco Gioli, Giovanni Fattori, e piazza Niccolò Cannicci dove, anche in questo caso, si procederà a una disinfestazione mirata per evitare che qualche zanzara tigre, punto la donna durante la fase di viremia, possa trasformare un caso importato in un focolaio autoctono.

Parallelamente, un pugno di chilometri più a nord, le autorità sanitarie della provincia di Brescia stanno gestendo una sospetta febbre dengue, ancora in fase di accertamento. Sebbene non vi sia ancora una conferma ufficiale che possa essere paragonata a quella toscana, la macchina dei controlli si è già attivata, seguendo lo script consolidato: tracciamento dei contatti, monitoraggio dell’area e, qualora ce ne fosse bisogno, preparazione alla disinfestazione. È il protocollo standard, del resto, per una malattia che non si trasmette da uomo a uomo ma che necessita di quel vettore alato per fare breccia nella popolazione.

L’assedio silenzioso delle zanzare: i numeri parlano chiaro

Non si tratta, va detto, di episodi isolati o di semplice allarmismo. I dati diffusi dall’Iss raccontano di una tendenza in salita: a fine marzo si contavano già 113 contagi da Dengue, più del doppio rispetto agli stessi cinquanta giorni del 2025, e dieci casi di Chikungunya (legati, questi ultimi, perlopiù a viaggi nell’arcipelago delle Seychelles). A rendere il tutto più insidioso è la presenza capillare della zanzara tigre, o Aedes albopictus, un insetto ormai stabilmente naturalizzato nel Belpaese, capace di sopravvivere alle nostre latitudini e, quindi, di trasformare un semplice caso importato in un rischio concreto di trasmissione locale. Lo scorso anno, per dare un’idea della portata del fenomeno, il West Nile virus – un altro dei patogeni trasmessi da questi insetti – ha causato oltre settecento infezioni e quarantanove decessi, costringendo le regioni a correre ai ripari in piena estate. Ecco perché, come sottolineano gli esperti di sanità pubblica, la finestra d’azione è adesso, tra aprile e maggio: agire sui ristagni d’acqua con i larvicidi è molto più efficace che inseguire l’emergenza con gli adulticidi quando il caldo è già alle stelle.

Le ordinanze e la logica della prevenzione: cosa succede nelle zone colpite

Tornando ai fatti di Arezzo e Scandicci, i provvedimenti adottati dalle amministrazioni seguono una logica collaudata, quella della “massima cautela”. Nel capoluogo aretino, l’intervento notturno (dalle ventidue alle cinque del giorno successivo) impone ai cittadini delle vie interessate di tenere le finestre chiuse e di proteggere eventuali animali domestici o piccole colture presenti nei cortili. Il personale incaricato, munito di tute e dispositivi di protezione, ha facoltà di accedere alle proprietà private limitatamente alle aree esterne – giardini, terrazze e pertinenze – per verificare l’assenza di ristagni d’acqua che possano fungere da asili nido per le larve. Una procedura analoga, seppur con orari diurni (i trattamenti a Scandicci sono partiti nella mattinata di giovedì 23 aprile), è stata attivata nel fiorentino, dove la preoccupazione principale era quella di non far attecchire il virus in una delle aree metropolitane più densamente popolate d’Italia.

La domanda, leggendo queste cronache, è pressoché spontanea: siamo pronti a convivere con queste malattie come ormai accade per la West Nile? La risposta, per ora, sta nei singoli focolai, nella rapidità con cui le Asl riescono a intervenire e nella collaborazione di chi riceve un avviso di disinfestazione nel proprio quartiere. Se è vero, come ricordano i bollettini, che si tratta quasi sempre di infezioni importate, è altrettanto vero che la presenza del vettore rende ogni singolo turista o cittadino di rientro da zone endemiche una potenziale miccia. Per questo, e in assenza di un vaccino su larga scala per queste patologie, l’arma più affilata resta il controllo ambientale: quelle ordinanze contingibili e urgenti che i sindaci firmano appena scatta la segnalazione, sperando che i prodotti insetticidi facciano presto il loro dovere prima che il termometro inizi a salire davvero. Il caso della sospetta febbre dengue nel Bresciano, già in fase avanzata di accertamento, ci dice infine che il fenomeno non è solo toscano, ma anzi riguarda tutto il Paese, costringendo la sanità pubblica a uno stato di allerta permanente che dura ormai da mesi.

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