Nuovi raid in Libano, oltre 200 morti. Teheran: “Hormuz chiuso”. E Trump attacca la Nato
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Redazione Esteri
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L’illusione di una tregua duratura in Medio Oriente si è infranta, ancora una volta, contro la realtà dei bombardamenti israeliani in Libano. Mentre le cancellerie internazionali tentavano di metabolizzare l’accordo tra Stati Uniti e Iran, i caccia dell’aviazione israeliana hanno colpito duramente Beirut e le regioni meridionali del Paese dei cedri, provocando una strage che ha già superato le 250 vittime accertate e oltre mille feriti. Un’operazione, questa, che rappresenta l’attacco più vasto e letale dal 2024 a oggi, con decine di raid simultanei che hanno preso di mira quelli che vengono descritti come i “nascondigli” e le infrastrutture di Hezbollah, dalla roccaforte di Dahiyeh fino alla valle della Beeka.
La reazione di Teheran, come prevedibile, non si è fatta attendere, gettando benzina sul fuoco di una stabilità già di per sé precaria. Attraverso i canali ufficiali, i Pasdaran – il delle Guardie della Rivoluzione iraniana – hanno annunciato la chiusura totale dello Stretto di Hormuz, quel passaggio strategico attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale, vanificando proprio quella riapertura che era stata il principale risultato concreto della tregua siglata nelle ore precedenti. La posizione della Guida Suprema è chiara: per Teheran, il cessate il fuoco deve estendersi obbligatoriamente anche a Beirut, poiché l’intero “Asse della resistenza” è considerato un fronte unico e indivisibile; gli attacchi israeliani in Libano, pertanto, costituiscono una violazione inaccettabile dell’intesa. Le petroliere in transito hanno dovuto invertire la rotta, mentre la marina iraniana ha persino diffuso mappe con rotte alternative per evitare le mine disseminate nello stretto, un segnale inequivocabile della volontà di mantenere il blocco.
La frattura con l’alleanza atlantica e le parole di Trump
Sul fronte occidentale, a complicare ulteriormente il quadro internazionale, è intervenuto direttamente il presidente americano, Donald Trump, il quale ha scelto proprio il giorno della strage in Libano per un attacco frontale ai partner europei della Nato. Con un post sul suo social Truth, interamente in maiuscolo a sottolineare la veemenza del messaggio, Trump ha accusato l’Alleanza Atlantica di essere sparita nel momento del bisogno, rinfacciando ai Paesi membri di non aver fornito il supporto adeguato durante le recenti operazioni militari. “La Nato non c’era quando ne avevamo bisogno, e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo”, ha scritto il presidente, aggiungendo un riferimento provocatorio alla Groenlandia, un dossier che aveva già creato frizioni con i partner europei in passato.
Questa retorica, come riportano fonti della stampa estera, non è solo propaganda, ma riflette un’effettiva spaccatura operativa all’interno dell’alleanza. Alcuni Stati membri, tra cui Spagna e Italia (seppur in misura diversa), hanno opposto resistenza o posto condizioni all’utilizzo delle proprie basi aeree e del proprio spazio aereo per le missioni contro l’Iran, mentre la Germania ha criticato apertamente la decisione della Casa Bianca di innescare un conflitto su larga scala. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ricevuto alla Casa Bianca, ha ammesso candidamente di “comprendere la delusione” di Trump, riconoscendo che alcuni alleati sono stati “messi alla prova e hanno fallito”.
La tenaglia su Hormuz e il prezzo interno della guerra
Mentre la diplomazia vacilla, la tensione si concentra sullo scenario marittimo del Golfo Persico, dove l’Iran gioca la sua carta più temibile. La chiusura di Hormuz non è soltanto una minaccia retorica, ma una leva economica e militare precisa: gli iraniani hanno annunciato che consentiranno il transito a non più di quindici navi al giorno, imponendo protocolli di sicurezza stringenti e pedaggi, con il chiaro obiettivo di punire l’economia globale per forzare una mano sul fronte libanese. Da parte sua, Trump ha ribadito che le forze armate statunitensi non lasceranno l’area finché non sarà garantito un “vero accordo”, che per Washington si traduce in due condizioni irrinunciabili: niente armi nucleari per l’Iran e lo Stretto libero e sicuro.
Sul versante interno, però, il tycoon deve fare i conti con il crescente malumore della base repubblicana in vista delle elezioni di midterm. Secondo quanto riportato da Politico e ripreso dalla stampa, strateghi conservatori danno ormai per scontata la perdita del Congresso, convinti che il costo politico ed economico della guerra – con il carovita alle stelle aggravato dal blocco navale – sarà insostenibile per il partito. La percezione, tra i corridoi del Campidoglio, è che la tregua con l’Iran arrivi “troppo tardi” per riparare il danno d’immagine subito da un’amministrazione apparsa spesso divisa tra le posizioni falche di Netanyahu e la prudenza di chi, come il vicepresidente Vance, guarda già alla corsa del 2028.
Cronaca nazionale e dibattito culturale tra processi e fiction
Nel frattempo, l’agenda italiana si arricchisce di capitoli giudiziari e polemiche culturali che nulla hanno a che fare con le polveri mediorientali. La cronaca nera torna a scrivere una pagina importante con la decisione della Cassazione sull’omicidio di Giulia Tramontano: i giudici hanno infatti disposto un nuovo processo d’appello per Alessandro Impagnatiello, sebbene limitatamente alla sola valutazione della premeditazione. L’uomo, già condannato all’ergastolo per il femminicidio della compagna al settimo mese di gravidanza – uccisa con 37 coltellate a Senago nel maggio del 2023 – vedrà quindi rivedere una parte del verdetto, mentre resta confermata l’esclusione della crudeltà come aggravante.
A fare da contraltare a questo rigore giudiziario, si accende il dibattito politico-culturale intorno alla figura di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto nel 2016. La scelta del ministero della Cultura di negare i fondi pubblici alla fiction o al documentario che ne ricostruisce la vicenda ha sollevato un vespaio di polemiche a Montecitorio, con le opposizioni (dal Partito Democratico a Più Europa) che parlano apertamente di censura o di scelta politica inaccettabile, chiedendo chiarimenti al ministro. Mentre nelle redazioni sportive, infine, si discute di calciomercato e dei risultati delle coppe europee, il quadro generale resta quello di un Paese – e di un mondo – appeso a un filo che dallo Stretto di Hormuz arriva fino ai quartieri bombardati di Beirut.




