Netanyahu dice no al piano Usa per Gaza e rilancia lo scontro con Trump sull’arma di Hamas
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Redazione Esteri
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La distanza tra gli Stati Uniti e Israele, per quanto riguarda il futuro della Striscia di Gaza, si è trasformata in una frattura netta e dichiarata. Durante una riunione del suo gabinetto, il premier Benjamin Netanyahu ha rifiutato in modo categorico il piano in quindici punti presentato dagli americani, un documento che prevede, tra i vari punti, il ritiro delle truppe israeliane dal territorio palestinese. La sua posizione, esplicitata senza mezzi termini, suona come una sfida diretta all'amministrazione Trump e al cosiddetto Board of Peace, l'organismo incaricato di mediare il conflitto.
Le parole di Netanyahu, che ha voluto ribadire con forza un concetto già espresso in precedenza, rappresentano un ostacolo significativo per qualsiasi tentativo di distensione nella regione.
Il disarmo di Hamas come condizione irrinunciabile
Il nodo centrale del rifiuto di Netanyahu risiede nella questione del disarmo di Hamas, una condizione che il premier israeliano considera assolutamente non negoziabile. Secondo quanto riferito, il ritiro dell'Idf dalla Striscia potrà avvenire solo dopo un "disarmo reale, non fittizio" dell'organizzazione militante, specificando che la consegna delle armi da parte dei miliziani deve essere totale e verificabile. Questa richiesta, che abbraccia ogni tipo di armamento, dalle armi pesanti a quelle leggere, solleva però interrogativi sulla sua effettiva attuabilità sul campo.
La fermezza di Netanyahu, che ha aggiunto la celebre frase "Finché sarò primo ministro, non ci sarà alcuno Stato palestinese", evidenzia una linea politica che non ammette compromessi sulla sicurezza e che appare in netto contrasto con le aperture prospettate dagli Stati Uniti.
La crisi umanitaria e le tensioni nella regione
Mentre il fronte politico-diplomatico si surriscalda, la situazione sul terreno a Gaza continua a destare crescente preoccupazione, con dati drammatici che emergono in merito alle vittime civili. L'Unicef ha reso noto che, dall'inizio del cessate il fuoco, l'esercito israeliano ha ucciso oltre trecento bambini nella Striscia, una media di circa uno al giorno, un dato che aggrava ulteriormente il bilancio di una guerra già devastante.
Nel frattempo, lo scenario bellico si allarga ad altre aree del Medio Oriente: i media libanesi segnalano nuovi bombardamenti israeliani nel sud del Paese, mentre gli Houthi, gruppo armato yemenita, hanno rivendicato un attacco contro forze saudite nel porto di al-Makha. Un alto funzionario iraniano, Mohammad Bagher Zolghadr, ha inoltre posto nuove condizioni per la riapertura dello stretto di Hormuz, dichiarazioni che sembrano contraddire i presunti progressi nei colloqui con l'Oman.
I negoziati e il ruolo del Board of Peace
Nonostante l'opposizione di Israele, fonti vicine ai negoziati riferiscono che Hamas avrebbe invece dato il proprio assenso al piano americano, creando così un dualismo di posizioni che complica ulteriormente il quadro diplomatico. Il presidente iraniano Pezeshkian, in un intervento riportato dai media locali, ha parlato di "coesione e forza" nel suo Paese, definendo l'Iran "vittorioso e potente" nel conflitto e auspicando un accordo per porre fine alle ostilità iniziate il 28 febbraio.
In questo contesto, il rifiuto di Netanyahu di accettare il documento in quindici punti dell'amministrazione Trump mette in luce le profonde divergenze tra i due alleati storici, con il premier israeliano che sembra intenzionato a giocare la partita politica interna sulla base di una linea dura che non lascia spazio a mediazioni. Il rappresentante dell'Onu Mladenov, citato nelle cronache, ha definito la proposta americana come "l'unica via da seguire", un'opinione che stride con l'irriducibilità mostrata dal governo di Tel Aviv.
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