Ranucci deposita il ricorso urgente contro la Rai: chiede il reintegro a Report entro l'8 novembre

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sigfrido Ranucci ha depositato questa mattina al Tribunale del Lavoro di Roma un ricorso d'urgenza contro il provvedimento con cui la Rai, lo scorso 28 agosto, lo ha rimosso dalla conduzione e dalla responsabilità autoriale di Report.

La mossa, preannunciata nei giorni scorsi, sposta la partita sul futuro del programma d'inchiesta di Rai 3 dai corridoi di Viale Mazzini alle aule giudiziarie, con un obiettivo dichiarato: ottenere la revoca della decisione aziendale e il reintegro nelle mansioni precedenti in tempo utile per la prima puntata della nuova stagione, in calendario l'8 novembre.

Le scadenze che stringono i tempi

Il ricorso è stato presentato in via cautelare, ex articolo 700 del codice di procedura civile, proprio per comprimere i tempi di una decisione. La difesa ha chiesto al giudice di accertare l'illegittimità del provvedimento e di ordinarne la revoca, con l'immediata reintegrazione di Ranucci nelle funzioni di autore e conduttore.

Due le scadenze imminenti richiamate nell'atto: il 27 settembre, termine entro il quale il giornalista dovrebbe scegliere una delle tre posizioni professionali alternative proposte dalla Rai, e appunto l'avvio della nuova edizione del programma.

Le contestazioni della difesa

Il collegio difensivo, composto dai professori Franco Focareta e Franco Scarpelli e dall'avvocato Stefano Rossi, coordinati da Roberto De Vita all'interno dello Studio Devitalaw, contesta radicalmente le motivazioni indicate dall'azienda. Espressioni come «obiettiva situazione di incompatibilità», «continue pressioni» e «percezioni di opacità, commistione e interferenze» non sarebbero state accompagnate dall'indicazione di alcun fatto concreto riferibile a Ranucci, né dal nesso che renderebbe necessaria la sua rimozione.

A fronte della richiesta formale di conoscere fatti, circostanze e documenti posti alla base di valutazioni così gravi sulla credibilità e sull'indipendenza professionale del giornalista, la Rai non avrebbe fornito ulteriori chiarimenti né supporto documentale.

Il contesto politico richiamato nell'atto

Il ricorso ricostruisce il quadro nel quale è maturata la decisione aziendale, richiamando le numerose e pubbliche prese di posizione di esponenti politici e istituzionali che, nelle settimane immediatamente precedenti, avevano chiesto la rimozione di Ranucci dalla conduzione del programma.

Secondo i legali, la successione temporale e la convergenza di tali circostanze, unitamente alla genericità delle motivazioni fornite dall'azienda, delineerebbero un quadro indiziario idoneo a configurare il carattere discriminatorio della decisione per ragioni politiche e per convinzioni personali. L'atto richiama i principi costituzionali ed europei posti a tutela della libertà di informazione, gli obblighi derivanti dal contratto di servizio Rai e dal Codice etico aziendale, nonché le garanzie introdotte dall'European Media Freedom Act.

Le posizioni alternative e il nodo sicurezza

Una parte del ricorso riguarda anche le tre alternative professionali prospettate dalla Rai. Secondo la difesa, i ruoli di vicedirettore del Tg3 ad personam con delega agli Speciali e ai Podcast, di vicedirettore ad personam di Rai News 24 e di corrispondente da Il Cairo rappresenterebbero una «grave mortificazione professionale». Il ruolo al Tg3 sarebbe sostanzialmente fittizio, perché gli speciali non esisterebbero; la posizione a Rai News 24 non garantirebbe una responsabilità autoriale né una conduzione stabile.

Quanto al trasferimento in Egitto, i legali ne evidenziano la distanza rispetto alle mansioni di autore e conduttore di un programma d'inchiesta e i prevedibili rischi per la sicurezza personale del giornalista.

Il procedimento parallelo sull'attentato

La vicenda giudiziaria si intreccia con un altro procedimento che vede Ranucci parte lesa. Il tribunale del Riesame di Roma ha confermato la custodia cautelare in carcere per Valter Lavitola e le accuse a suo carico, compresa l'aggravante del metodo mafioso, per l'attentato dinamitardo avvenuto nell'ottobre 2025 davanti all'abitazione del conduttore a Pomezia. Il difensore di Lavitola, Sergio Cola, ha annunciato ricorso in Cassazione.

Nel frattempo le indagini della procura di Roma si concentrano sui vuoti temporali nelle comunicazioni tra l'ex editore e il giornalista, sia prima che dopo l'esplosione dell'ordigno.

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