L’Arezzo riscrive la storia, ma la notte della festa si tinge d’ombra per la Torres tra rinvii e recuperi infiniti

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il boato che alle 17:54 di ieri ha squarciato il silenzio del “Comunale”, un boato capace di farsi strada tra i vicoli del centro storico e persino tra le mura del “Cantiere” – l’impianto che ospita l’altra anima calcistica cittadina – non raccontava solo la fine di un digiuno durato diciannove anni. Quell’urlo liberatorio, esploso al triplice fischio del match vinto per 3-1 contro la Torres, sanciva infatti un ritorno nella serie cadetta che ad Arezzo, dall’ormai lontano 2007, mancava. I toscani, guidati da Cristian Bucchi – un tecnico che ha voluto costruire il suo successo sulla “leggerezza” e sul rapporto umano, quasi paterno, con un gruppo di giovani – hanno chiuso il discorso promozione senza nemmeno dover guardare il risultato dell’Ascoli, diretto inseguitore poi capitolato a Campobasso. È stata la ciliegina su una stagione costruita con il lavoro silenzioso del ds e la determinazione di un gruppo in cui spiccano i nomi di Tavernelli, Arena e Pattarello, autori delle reti che hanno spezzato l’ultima resistenza sarda.

La beffa dei secondi infiniti e il giallo di Pesaro: un verdetto che sa di paranormale

Se la festa amaranto è stata una liberazione, la serata della Torres ha assunto i contorni di una tragedia greca, dove il fato – per usare un eufemismo – ha giocato un brutto scherzo ai rossoblù. La formazione di Alfonso Greco, pur uscendo sconfitta dal “Comunale”, non aveva forse ancora realizzato l’entità della doccia fredda che la attendeva. È l’altra partita, infatti, quella giocata contemporaneamente a Pesaro, a decidere la condanna ai playout per i sassaresi. Per capire la portata della rassegnazione che si è abbattuta sullo spogliatoio della Torres, bisogna guardare al cronometro di “Vis Pesaro-Sambenedettese”: una sfida che, arrivata al novantesimo, sembrava consegnare alla Torres una salvezza insperata. Invece, il destino (o qualcosa di simile) si è accanito. Un recupero fiume, lunghissimo, ha regalato prima il pareggio e poi il clamoroso sorpasso alla Samb, capace di segnare due reti quando ormai i tabelloni segnavano il 98’ e il 99’. Un “recupero nel recupero” che ha scatenato la reazione furiosa del presidente sardo Stefano Udassi, il quale – pur dichiarando di credere nella buona fede degli attori – ha lasciato trasparire perplessità e un velato senso d’ingiustizia per un epilogo che definisce “difficile da digerire”.

Un abbraccio cittadino oltre la rivalità sportiva: il plauso del presidente Anselmi

Tra i tanti messaggi di stima piovuti sulla dirigenza della S.S. Arezzo, ce n’è uno che forse, più di altri, restituisce il polso autentico della città. A parlare, attraverso una nota ufficiale, è Massimo Anselmi, presidente dell’ACF Arezzo, la società che rappresenta l’altra metà del calcio cittadino. Il dirigente ha voluto sottolineare come, pur muovendosi su “percorsi societari distinti e pienamente autonomi” e sebbene il risultato appartenga a chi lo conquista sul campo, un evento del genere “finisca inevitabilmente per parlare a un territorio, alla sua identità e alla sua storia sportiva”. Anselmi, parlando a nome proprio e della sua società, ha celebrato il valore del risultato collettivo per il nome di Arezzo, un gesto di fair play istituzionale che arricchisce il significato del traguardo, al di là delle divisioni in campo.

L’amarezza sarda tra inchieste informali e attesa per i playout

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