Il “disastro olimpico” di Petrecca travalica le Alpi e ora il New York Times racconta la rivolta dei giornalisti Rai
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
La débâcle del direttore di RaiSport Paolo Petrecca, consumatasi venerdì scorso durante il commento della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Milano-Cortina, ha ormai assunto i contorni di un caso mediatico transnazionale. Non più circoscritta alle animate cronache dei quotidiani nazionali né all’implacabile tam-tam dei social network, la vicenda ha infatti varcato i confini, approdando con prepotenza sulle pagine del New York Times, del Guardian e del Washington Post: una risonanza, quella ottenuta, che trasforma l’imbarazzo in un documento d’archivio internazionale sulla fragilità del servizio pubblico italiano -2-6.
L’eco delle gaffe — la più grottesca delle quali resta lo scambio tra l’attrice Matilda De Angelis e la diva statunitense Mariah Carey — ha dunque innestato un meccanismo di reazione a catena all’interno dell’azienda di Viale Mazzini, dove la protesta, inizialmente circoscritta alla redazione sportiva, si è allargata a macchia d’olio. Il sindacato Usigrai, raccogliendo il malessere dei colleghi di Raisport – i quali avevano già ritirato le firme dai servizi olimpici e preannunciato tre giorni di sciopero al termine dei Giochi – ha indetto per venerdì 13 febbraio una mobilitazione senza precedenti: lo sciopero delle firme esteso a tutti i telegiornali, ai giornali radio, alle testate online e ai programmi di approfondimento -1-8.
A rendere plasticamente la profondità della spaccatura interna, più ancora dei comunicati ufficiali, è la ricostruzione offerta da Alessandro Antinelli, giornalista e membro del comitato di redazione di RaiSport. Interpellato in merito alle ore che hanno preceduto il disastro, Antinelli ha rivelato come il tentativo di dissuasione nei confronti di Petrecca fosse stato non solo esplicito, ma reiterato: “Lo avevamo avvisato”, ha dichiarato, “che non aveva le competenze per affrontare una cerimonia di tale complessità”. Una cerimonia, va ricordato, che la produzione equipaggia i commentatori con un dossier di centinaia di pagine, minuziosamente dettagliato, e che i vertici di Raisport avevano invece evidentemente archiviato come carta superflua -3-4. La risposta del direttore, secondo la ricostruzione, fu scomposta e trincerata dietro la rivendicazione gerarchica del ruolo. Una dinamica, questa, che ha trasformato il disappunto professionale in una vera e propria frattura insanabile.
Il silenzio dei vertici e l’isolamento del direttore
Di fronte all’onda d’urto che ha investito l’immagine della Rai — un danno tanto più grave in quanto occorso durante una vetrina mondiale voluta dal governo e dalla stessa presidente del Consiglio — la strategia aziendale è apparsa fin da subito congelata in una prudenza che rasenta la paralisi. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha incontrato Petrecca, gli ha manifestato il proprio disappunto e gli ha tolto la conduzione della cerimonia di chiusura del 22 febbraio, ma non è andato oltre -4-5. Nessuna rimozione, nessuna assunzione di responsabilità formale, almeno nell’immediato. La linea, comunicata ai rappresentanti sindacali, è quella di evitare “scossoni” durante lo svolgimento dei Giochi, rimandando ogni decisione alla primavera.
Questo immobilismo, lungi dal placare gli animi, ha invece cementato la solidarietà trasversale delle redazioni. Persino all’interno del Tg1 e del Tg2, le cui rappresentanze sindacali hanno dovuto gestire equilibri delicati, decine di professionisti hanno manifestato privatamente sostegno ai colleghi di Raisport. Antinelli, nel descrivere la solitudine del direttore, ha sottolineato come Petrecca abbia perduto l’appoggio anche di quella frangia di redazione che in passato gli era stata più vicina: “È isolatissimo, con pochissimi pretoriani in attesa che crolli. Non ha più il controllo di niente” -4.
L’azzardo dell’autotelecronaca e le sue conseguenze strutturali
L’origine di questo terremoto va rintracciata in una scelta maturata, stando alle cronache, in pochi giorni e in totale autonomia. Allontanato Auro Bulbarelli — incorso a sua volta in una leggerezza relativa alla presenza del Capo dello Stato — Petrecca non ha valutato l’opportunità di affidare il microfono a una delle voci più esperte della testata, come Stefano Bizzotto, ma ha optato per l’autoinvestitura. Una decisione che molti hanno letto come l’atto terminale di una gestione già ampiamente contestata: Petrecca, va ricordato, era reduce da due bocciature del suo piano editoriale e da un voto di sfiducia schiacciante ai tempi della direzione di RaiNews, spostato poi a capo dello sport in un rimpasto che sollevò più di un sopracciglio -5-9.
Le conseguenze di quell’azzardo non si sono limitate all’umiliazione pubblica. All’interno dell’azienda, il malcontento ha trovato linfa anche in altre sconfitte, come la recente perdita dei diritti televisivi delle Atp Finals di tennis, passati a Mediaset. Una trattativa, quella con la federazione tennistica, nella quale — secondo la ricostruzione del comitato di redazione — Petrecca non sarebbe stato ritenuto un “interlocutore credibile” -4. La somma di questi fattori ha dunque trasformato una singola, disastrosa serata in un caso che oggi costringe l’intero servizio pubblico a fare i conti con una domanda antica quanto l’etere: se la preparazione sia davvero un prerequisito o se, in alcuni palazzi, si sia ormai trasformata in un optional.
La frattura insanabile con la cultura del documento
Se è vero che l’errore in diretta è fisiologico, ciò che appare meno tollerabile ai professionisti del settore è la sistematica indifferenza verso gli strumenti che quegli errori dovrebbero prevenire. Il documento fornito agli aventi diritto, siglato da un rigoroso embargo, conteneva ogni singolo time code, ogni nome, ogni coreografia: una bibbia che in redazione definiscono “obbligatoria” e che a pochi metri dal banco di regia qualcuno ha evidentemente giudicato superflua -3-9.
L’incapacità di riconoscere cinque dei sei tedofori della pallavolo italiana — atleti del calibro di Danesi, Giannelli ed Egonu, campioni del mondo e volti noti dello sport nazionale — non è dunque percepita come una semplice svista, ma come il sintomo di una disfunzione più grave. Quando il cronista, invece di attingere al materiale, improvvisa, e quando il dirigente, invece di delegare, occupa la scena, il risultato è che l’azienda finisce per parlare addosso alla propria immagine, proprio mentre questa dovrebbe risplendere.




