La débâcle di Petrecca finisce sul New York Times e la protesta dei giornalisti Rai si allarga a tutti i tg
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Redazione Sport
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L’eco delle gaffe inanellate da Paolo Petrecca, direttore di RaiSport e improvvisatosi telecronista per la cerimonia inaugurale di Milano-Cortina 2026, ha valicato i confini nazionali e si è infilata tra le pagine del New York Times, del Guardian, del Washington Post e della Bild: un passaparola planetario che ha trasformato quella che poteva restare una cronaca di ordinaria amministrazione aziendale in una vicenda di portata internazionale, capace di riverberarsi fino all’immagine del governo Meloni. Il direttore, insediatosi da appena dieci mesi alla guida della testata sportiva del servizio pubblico, aveva rivendicato per sé il microfono della sera del 6 febbraio scatenando, senza volerlo, una reazione a catena che ora investe l’intera struttura Rai. Non si tratta soltanto dello scambio – pure clamoroso – tra l’attrice Matilda De Angelis e la popstar Mariah Carey, o della presidente del Cio Kirsty Coventry presentata come figlia del capo dello Stato; è l’insieme della prestazione, giudicata dalla stessa redazione come la «peggiore di sempre» per un evento tra i più attesi, ad aver incrinato il rapporto tra chi il servizio pubblico lo fa ogni giorno e chi lo dirige.
La gogna mediatica internazionale, che ha visto le testate anglosassoni soffermarsi con ironia sulla geografia ballerina di Petrecca – lo stadio Meazza ribattezzato Olimpico, la confusione tra Brasile e Bulgaria, i commenti stereotipati su latinos, africani e arabi – ha fatto da moltiplicatore a un malessere interno covato per mesi. Il Comitato di redazione di RaiSport, già in stato di agitazione prima ancora dell’inizio dei Giochi, aveva bocciato per due volte il piano editoriale del direttore e chiesto un cambio di rotta; la serata del 6 febbraio ha rappresentato la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di sfiducia professionale. L’Usigrai, raccogliendo il sentimento dei cronisti sportivi, aveva inizialmente chiesto la lettura di un comunicato sindacale per difendere la dignità dei giornalisti, e il diniego opposto dai vertici aziendali – definito antisindacale – ha saldato la frattura trasformando una vertenza di testata in una mobilitazione generale.
È così che, con una progressione rapida e inedita, lo sciopero delle firme inizialmente confinato alla redazione di RaiSport si è esteso a tutte le testate del servizio pubblico. Per domani, venerdì 13 febbraio, il sindacato dei giornalisti Rai ha indetto un’astensione collettiva dalla firma dei servizi nei tg, nei gr, nei programmi d’informazione e nelle piattaforme web: un gesto concreto di solidarietà, spiegano dall’esecutivo Usigrai, ma anche un atto dovuto di fronte al silenzio dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi, il quale – nonostante un confronto con Petrecca – non ha assunto quella «doverosa assunzione di responsabilità» invocata a più voci. La protesta non si limiterà al ritiro della firma; al termine di ogni edizione dei telegiornali verrà letto un comunicato ufficiale per spiegare ai cittadini le ragioni della mobilitazione, quasi a voler rimarcare che il danno d’immagine, ormai certificato dalla rassegna stampa estera, riguarda l’intera azienda e non solo il suo malcapitato direttore.
Dallo scontro interno al caso globale, il nodo della credibilità
Quel che appare ormai evidente, scorrendo le cronache degli ultimi giorni, è la sproporzione tra la tenacia con cui Petrecca – ex cronista politico, mai formatosi come giornalista sportivo – ha insistito per autoassegnarsi la conduzione della serata inaugurale e la fragilità della sua preparazione. I colleghi della redazione, alcuni dei quali hanno seguito sette, otto o addirittura dieci edizioni dei Giochi, avevano suggerito di affidare la telecronaca a voci più esperte; il rifiuto del direttore, raccontato al New York Times dal rappresentante sindacale Alessandro Antinelli, ha prodotto quel concentrato di imprecisioni che hanno fatto il giro del mondo. Non solo i nomi sbagliati e le geografie approssimative, ma anche omissioni pesanti: il rapper Ghali, che sul palco aveva lanciato un messaggio contro il genocidio a Gaza, è stato semplicemente ignorato dal commento, alimentando sospetti di censura che l’opposizione ha subito incasellato nella cornice della cosiddetta «TeleMeloni».
La catena di solidarietà tra redazioni e l’assedio ai vertici
Dai colleghi del Tg3, passando per il Tg2 fino agli approfondimenti e alla radio, la reazione è stata immediata e compatta. I Comitati di redazione delle diverse testate hanno espresso vicinanza ai cronisti di RaiSport, sottolineando come l’imbarazzo patito in questi giorni sia condiviso da tutti i lavoratori dell’azienda; la mancata trasmissione del comunicato Usigrai è stata letta come un vulnus ai diritti sindacali, e l’estensione dello sciopero delle firme ne rappresenta la naturale conseguenza. Nel frattempo, la posizione di Petrecca appare sempre più isolata: se è vero che l’ad Rossi non ne ha chiesto formalmente le dimissioni, è altrettanto vero che la moral suasion esercitata in vista della cerimonia di chiusura gli imporrebbe di lasciare il microfono ad altri. Un passo indietro, quello sulla conduzione, che tuttavia non basterebbe a sanare la frattura aperta con una redazione che attende – una volta spente le fiamme olimpiche – di attuare i tre giorni di sciopero già deliberati prima dell’inizio dei Giochi.
Lo spettacolo del mondo e l’ombra lunga di una telecronaca
Mentre la macchina organizzativa di Milano-Cortina 2026 raccoglieva consensi unanimi dalla stampa estera per la qualità artistica della cerimonia – gli oltre 1.300 performer, il tram del presidente Mattarella guidato da Valentino Rossi, le interpretazioni di Andrea Bocelli e Pierfrancesco Favino – la discussione pubblica italiana restava imbrigliata nella rete degli strafalcioni del commentatore Rai. Un paradosso non trascurabile: i Giochi diffusi, celebrati come modello innovativo, si sono trovati a convivere con una narrazione interna dominata dalle gaffe di un dirigente che, nella sua rubrica d’esordio olimpico, è riuscito a oscurare persino il successo di share della serata – oltre nove milioni di spettatori e il 46 per cento di audience. La sensazione, leggendo le note sindacali e le cronache straniere, è che la vicenda abbia ormai superato la dimensione del singolo lapsus per diventare emblematica di una questione più ampia: il rapporto tra nomine politiche, competenze professionali e credibilità del servizio pubblico radiotelevisivo, in un momento in cui ogni parola pronunciata in etere viaggia in tempo reale da Milano a New York, e ritorna sotto forma di giudizio inappellabile.




