Il direttore Petrecca, le gaffe finite sul New York Times e l’ondata di scioperi che travolge la Rai
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Il caso della telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina, andata in onda venerdì scorso su Rai 1, ha ormai definitivamente valicato i confini del dibattito nazionale per imporsi all’attenzione della stampa internazionale, e lo ha fatto nella maniera più implacabile possibile: elencando, uno dopo l’altro, gli errori compiuti dal direttore di RaiSport Paolo Petrecca. Il New York Times, il Guardian, il Washington Post e la Bild – per citare solo alcune delle testate che hanno ripreso la vicenda – hanno dedicato spazio alla débâcle del giornalista, il quale, nel corso delle tre ore e mezza di diretta dallo stadio San Siro, è incorso in una serie di equivoci tanto clamorosi quanto, a giudicare dalla reazione del sindacato di categoria, imperdonabili -1 -5.
Non è stato soltanto l’aver scambiato la cantante pop Mariah Carey, cinquantaseienne icona internazionale, per l’attrice italiana Matilda De Angelis, di vent’anni più giovane, a sollevare il malcontento generale; né si è trattato della semplice svista di aver definito “Stadio Olimpico” l’impianto meneghino, che Stadio Olimpico non è mai stato, salvo che nella toponomastica romana. La gaffe che ha assunto i contorni di un autentico caso diplomatico in miniatura, per quanto paradossale possa sembrare, è stata quella relativa a Kirsty Coventry, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, presentata al pubblico come se fosse la figlia del Capo dello Stato Sergio Mattarella, il quale invece le sedeva accanto in tribuna -4 -9.
A fronte di questa sequenza di errori, amplificata dalla risonanza planetaria che un evento come l’inaugurazione dei Giochi invernali necessariamente possiede, la reazione interna alla Rai non si è fatta attendere. L’ondata di protesta, inizialmente circoscritta alla redazione di RaiSport, ha subito subìto una rapida e violenta accelerazione sino a coinvolgere l’intero spettro informativo del servizio pubblico. L’esecutivo Usigrai, che pure rappresenta una platea ben più vasta dei soli cronisti sportivi, ha infatti indetto per venerdì 13 febbraio uno sciopero delle firme che riguarderà tutti i telegiornali, i giornali radio e i programmi di approfondimento, nonché le relative edizioni web -3 -7.
Il comunicato diffuso dal sindacato parla espressamente di un «duro colpo all’immagine della Rai e alla dignità di tutte le giornaliste e i giornalisti», specificando che la mobilitazione dei colleghi di RaiSport e le ripetute prese di posizione dei Comitati di redazione non sono state sufficienti a indurre i vertici aziendali a quella che viene definita una «doverosa assunzione di responsabilità» -6. La scelta di astenersi dall’apporre la propria firma sui servizi andrà dunque ad aggiungersi ai tre giorni di sciopero già votati dalla redazione sportiva al termine della manifestazione olimpica; una misura, quest’ultima, che era stata deliberata ben prima della cerimonia inaugurale, a seguito della doppia bocciatura del piano editoriale proposto dal direttore Petrecca -6.
La riunione in viale Mazzini e l’allontanamento del direttore dal microfono
Mentre l’eco delle gaffe continuava a riverberarsi sulle pagine dei quotidiani stranieri, l’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha convocato Petrecca per un colloquio chiarificatore. Dall’incontro, secondo quanto si apprende da fonti interne, è emersa la volontà dell’azienda di porre un argine immediato all’escalation di imbarazzo: al direttore è stato chiesto di farsi da parte e di non condurre la telecronaca della cerimonia di chiusura del 22 febbraio -2 -10. Un passo indietro che, nelle intenzioni della governance, dovrebbe servire a ristabilire un minimo di dialogo con una redazione che da mesi manifesta apertamente il proprio disagio e che, attraverso il proprio Comitato, aveva già definito la conduzione dell’apertura dei Giochi come «la peggior figura di sempre di RaiSport» -4.
Non è un mistero, d’altronde, che l’attribuzione della telecronaca al direttore fosse avvenuta all’ultimo minuto e in circostanze quanto meno controverse. Petrecca aveva infatti sostituito il vicedirettore Auro Bulbarelli, il quale era stato rimosso dall’incarico dopo aver anticipato, spoilerandola, la sorpresa dell’arrivo del presidente Mattarella a bordo del tram guidato da Valentino Rossi -5 -9. Una sostituizione in extremis che, lungi dal risolvere il problema, lo ha tragicamente amplificato, mettendo di fronte al microfono un giornalista la cui carriera, per sua stessa ammissione e per statuto professionale, si è sempre svolta lontano dai campi di gara e dalle cronache sportive. I rappresentanti sindacali, del resto, avevano provato fino all’ultimo a scongiurare questa evenienza: Alessandro Antinelli, delegato della redazione sportiva, ha dichiarato alla stampa estera di aver personalmente suggerito a Petrecca, tre giorni prima della cerimonia, di affidare il commento a una delle voci più esperte presenti in redazione, alcune delle quali hanno all’attivo la copertura di cinque, sette, persino otto edizioni olimpiche -1.
I campioni dimenticati e il catalogo degli equivoci
Tra gli errori che più hanno indignato l’ambiente sportivo, e in particolare quello pallavolistico, vi è la mancata identificazione dei tedofori. Durante il passaggio della fiaccola, il momento forse più solenne della serata, Petrecca ha nominato soltanto Paola Egonu, ignorando completamente le altre cinque campionesse e campioni del mondo – Anna Danesi, Carlotta Cambi, Simone Giannelli, Nicola Anzani e Luca Porro – che pure sfilavano con il simbolo olimpico tra le mani -9. Non si è trattato di una semplice omissione, hanno rilevato in molti, quanto della spia di un approccio superficiale e distratto rispetto a un copione che la produzione internazionale mette a disposizione dei telecronisti con giorni di anticipo e che consiste in centinaia di pagine di dettagli, biografie e scalette -5.
Lo stesso equivoco sulla delegazione brasiliana – accompagnata dal commento, rivelatosi quanto meno infelice, secondo cui «il ballo ce l’hanno nel sangue» – e la svista sull’atleta Lara Colturi, il cui cognome «vagamente italiano» avrebbe tradito, nelle parole del telecronista, origini tutte da verificare, hanno completato un quadro desolante -5 -10. Un quadro che il sindacato Usigrai, nel suo ultimatum, ha definito lesivo non solo dell’immagine aziendale ma della dignità professionale di quanti, in Rai, continuano a operare con l’ambizione di offrire un servizio pubblico degno di questo nome.




