La Meloni scagiona Nordio e lo scenario internazionale si infittisce: l’Interpol indaga sui documenti della grazia a Minetti
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Redazione Interno
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Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha rotto il silenzio sull’affaire che coinvolge il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, blindandolo con una dichiarazione netta: «A oggi escludo l’ipotesi di dimissioni». Intervenuta a sorpresa in conferenza stampa a Palazzo Chigi, la premier ha voluto mettere una cesura tra il governo e la bufera scatenata dalla grazia concessa a Nicole Minetti, ritenendo che il Guardasigilli non abbia margini di manovra nelle procedure istruttorie. «Il ministero non ha strumenti per fare indagini», ha spiegato, sottolineando come il parere favorevole sulla clemenza fosse basato esclusivamente sugli atti forniti dalla magistratura. In questo delicato passaggio politico, che poteva mettere in discussione la tenuta dell’esecutivo, Meloni ha invece ribadito la sua fiducia, osservando che se vi sono state omissioni, queste vanno ricercate a monte, cioè nel lavoro della Procura generale di Milano, la quale aveva già certificato la positività dell’iter.
L’inchiesta che sconfina nei continenti e il nodo della documentazione sanitaria
Mentre la politica cerca di arginare le crepe istituzionali, l’inchiesta giudiziaria imbocca una strada tortuosa che porta dall’Uruguay alla Spagna, passando per gli Stati Uniti. I magistrati milanesi, dopo aver riaperto il fascicolo e aver parlato di “fatti gravissimi”, non si sono fermati alle verifiche ordinarie. Hanno invece coinvolto l’Interpol, un passaggio questo che trasforma un caso di cronaca giudiziaria interna in una partita investigativa globale. L’oggetto del contendere è il dossier allegato alla richiesta di grazia, composto da dodici documenti. Tra questi, referti medici fondamentali per attestare la grave patologia del minore adottato da Minetti, patologia che avrebbe giustificato l’abbreviazione della pena per motivi umanitari.
La Procura generale, attraverso il sostituto Gaetano Brusa, ha ricevuto dal ministero “un’autorizzazione ampia a svolgere controlli a 360 gradi”. Non si tratta più, dunque, di una semplice integrazione, ma di una vera e propria scissione dalla prassi consolidata. Si indaga per capire se il bambino fosse effettivamente in stato di abbandono o se i genitori biologici, rintracciati in Uruguay, siano stati indebitamente allontanati. E ancora: gli inquirenti stanno scandagliando l’autenticità delle certificazioni dei nosocomi italiani, dal San Raffaele di Milano all’ospedale di Padova, strutture che avrebbero negato la possibilità di eseguire l’intervento chirurgico. L’assenza di quei nominativi nei database di reparto ha rappresentato la scintilla che ha innescato la miccia del sospetto, portando il Quirinale a scrivere formalmente a Nordio per chiedere delucidazioni sulla “fondatezza” di quanto rappresentato nell’istanza di clemenza.
L’atto di clemenza e l’ombrello del Colle nella prassi amministrativa
Nel ricostruire il “film” della vicenda, la premier ha voluto restituire centralità al ruolo del capo dello Stato, senza però esprimersi sulla possibilità di una revoca. L’iter che ha portato alla firma sulla grazia è durato sette mesi e ha visto il Quirinale perfettamente consapevole del peso politico della decisione, dato che il nome di Minetti è storicamente legato a quello di Silvio Berlusconi e al caso "Ruby". Tuttavia, seguendo la prassi, Mattarella si è mosso su un binario tecnico: una volta ricevuto il parere favorevole (definito “non vincolante” ma di fatto determinante) dalla Procura generale e successivamente dal ministro, l’atto di clemenza è stato emanato.
La difesa di Nordio, insistente nel parlare di un ruolo “meramente notarile”, trova fondamento nei numeri forniti da Palazzo Chigi: su oltre mille domande di grazia pervenute, solo poche decine hanno ottenuto il via libera delle procure, e in quei casi è estremamente raro che il Guardasigilli si discosti dal parere dei magistrati. Tuttavia, il retroscena giudiziario aggiunge un tassello di complessità: se dalle verifiche dell’Interpol emergessero falsità nei documenti o omissioni nella fase istruttoria, il parere favorevole potrebbe essere ripensato, e gli atti verrebbero trasmessi alla Procura ordinaria per valutare eventuali responsabilità penali, senza però che ciò modifichi, almeno per ora, l’assetto politico del ministero.
Le crepe nell’istruttoria e la posizione della difesa di Minetti
A gettare benzina sul fuoco sono state le rivelazioni relative alla famiglia biologica del minore. Secondo quanto ricostruito da fonti giornalistiche e ora al vaglio degli inquirenti, la madre naturale del bambino non sarebbe scomparsa nel nulla, ma risulterebbe attivamente rintracciabile in Sud America, tanto che sarebbe stato emesso un avviso di ricerca da parte delle autorità locali. Inoltre, la morte dell’avvocata che seguiva la causa della madre biologica – deceduta in un incendio insieme al marito in circostanze ancora da chiarire – rappresenta un ulteriore elemento oscuro che l’Interpol è stata chiamata a dissezionare.
Nicole Minetti, dal canto suo, ha respinto ogni addebito. La sua difesa parla di un “percorso adottivo svolto nel pieno rispetto della legge” e accusa i media di esporre indebitamente il minore, affetto da una sindrome gravissima che ha costretto la famiglia a rivolgersi a un centro di eccellenza a Boston. I legali hanno escluso categoricamente l’esistenza di contenziosi in corso con i genitori biologici, annunciando querele contro chi diffonde notizie “infondate”. Tuttavia, la magistratura milanese procede spedita: le indagini riguardano anche il soggiorno della coppia a Ibiza e i cosiddetti “Epstein files” legati al compagno di Minetti, Giuseppe Cipriani, elementi che erano già stati vagliati superficialmente dalla prima istruttoria ma che ora, con la nuova lente d’ingrandimento dell’Interpol, vengono riletti per scongiurare il rischio che il provvedimento di clemenza sia stato concesso su basi fragili o artefatte.




