Macron smarca la svolta di Trump a Hormuz: “Operazione poco chiara, Parigi non aderisce”
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Redazione Esteri
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L’annuncio partito dal social network Truth, con quell’imprimatur ormai consueto che contraddistingue le iniziative a sorpresa del presidente americano, ha subito trovato un muro freddo e ragionato dall’altra parte dell’Atlantico. Donald Trump, forte di un mandato ormai consolidato da oltre un anno alla Casa Bianca, ha dato il via ufficiale al cosiddetto “Project Freedom”, un’operazione che nelle intenzioni – come lui stesso ha chiarito – dovrebbe servire a liberare i mercantili e le imbarcazioni attualmente bloccate come in una trappola d’acqua salata all’interno dello Stretto di Hormuz, in attesa di poter riprendere il largo in sicurezza.
Se Washington descrive l’intervento come un gesto a sfondo umanitario, necessario a rifornire di cibo e carburante gli equipaggi esausti lasciati in balia degli eventi bellici, Emmanuel Macron ha scelto le parole della prudenza per tracciare una linea di demarcazione netta. Intervenuto al vertice della Comunità politica europea in corso a Yerevan, in Armenia, il presidente francese ha accolto con un certo sollievo l’intenzione americana di sbloccare il nodo critico della navigazione, ma ha subito spento ogni entusiasmo circa un eventuale contributo militare transalpino. “Non parteciperemo a operazioni di forza il cui quadro, per quanto mi riguarda, non appare chiaro”, ha tagliato corto Macron, lasciando intendere come la strategia a stelle e strisce presenti ancora troppe zone d’ombra per essere sostenuta da Parigi.
La difesa dell’approccio concertato e il pressing dei mediatori pakistani
Macron ha colto l’occasione per ribadire un concetto che, a suo avviso, resta l’unica bussola diplomatica affidabile in un polveriera come quella mediorientale: la riapertura dello Stretto non può essere imposta con la forza delle armi, neppure sotto la bandiera di una missione di salvataggio. Il capo dell’Eliseo auspica invece un negoziato diretto tra l’amministrazione Trump e Teheran, sottolineando che solo una tregua concordata tavolino può garantire la libera navigazione “senza restrizioni né pedaggi”. Critico, implicitamente, anche verso l’approccio unilaterale, il leader francese ha ricordato come la stessa giornata di venerdì – quella in cui veniva annunciato il blocco navale – fosse stata dedicata a consultazioni europee per una missione alternativa. La sensazione, leggendo le sue dichiarazioni, è che Parigi tema un’escalation incontrollata proprio mentre i canali diplomatici (gestiti in gran parte dalla mediazione pakistana) iniziano a scaldarsi di nuovo.
A confermare questa fase di stallo mobile, arrivano proprio da Islamabad aggiornamenti significativi. L’Iran, attraverso il suo portavoce ministeriale Esmaeil Baghaei, ha fatto sapere di aver ricevuto la risposta di Washington alla proposta in quattordici punti presentata nei giorni scorsi. Una risposta che, secondo quanto trapela, Teheran sta valutando con attenzione, anche se al momento non si registrano passi avanti concreti sul dossier caldo del programma nucleare, volutamente escluso dal documento iraniano e rimandato a un futuro post-conflitto. La trattativa, insomma, procede a singhiozzo, mentre davanti alle coste la situazione resta drammaticamente congestionata.
Le avvisaglie di Teheran e il supporto logistico americano
Dal canto loro, le guardie della rivoluzione e i vertici politici iraniani hanno già avvertito che qualunque interferenza militare nel nuovo assetto marittimo dello Stretto sarà interpretata come una violazione flagrante del cessate il fuoco. Una dichiarazione, quella del presidente della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale Ebrahim Azizi, che suona come un avvertimento a non oltrepassare quella sottile linea rossa tra il “salvataggio umanitario” e l’atto di guerra. Trump, dal suo osservatorio, ha ribadito che l’operazione avrà inizio lunedì mattina (ora locale), forte di un dispositivo che, secondo i piani del Centcom, vedrà impegnati cacciatorpediniere lanciamissili, oltre un centinaio di velivoli e una forza di quindicimila soldati. Un dispiegamento imponente, giustificato dall’amministrazione come risposta alle richieste di “Paesi di tutto il mondo, estranei alle ostilità”, le cui navi – come ha scritto Trump sul suo social – sono rimaste intrappolate in mezzo a una faida che non le riguarda.
Merz tende la mano a Washington nonostante gli strappi
Mentre il fronte militare si complica, sul versante delle diplomazie europee emerge un'altra voce, seppur dissonante rispetto al rigore francese. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, intervistato dall’emittente Ard, ha voluto lanciare un segnale di continuità nei rapporti transatlantici, nonostante le evidenti crepe emerse nelle ultime settimane a causa delle divergenze sulla gestione del conflitto. “Non rinuncio a lavorare con Donald Trump”, ha detto Merz, cercando di spegnere le polemiche nate dopo i suoi precedenti affondi (quando aveva accusato Washington di non avere “alcuna strategia” in Iran). Trump, che in passato aveva risposto a tono mettendo in dubbio la competenza del cancelliere sul tema della proliferazione nucleare, ora si trova davanti una Germania che, pur con i distinguo, non intende rompere il patto atlantico. Una presa di posizione, quella di Berlino, che di fatto isola Parigi nella sua scelta di non salire a bordo del “Project Freedom”, lasciando l’iniziativa americana in bilico tra la necessità di agire subito e l’assenza di una coalizione europea coesa.




