Hanno preso miliardi per i vaccini. Adesso Pfizer
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Redazione Economia
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Mentre l'amministrazione di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, impone per legge tagli sostanziali ai costi di alcuni medicinali salvavita, i grandi colossi farmaceutici, che avevano beneficiato di commesse pubbliche miliardarie durante la pandemia, studiano le contromosse per rifarsi altrove. È Albert Bourla, il capo di Pfizer, a porsi alla guida di questa strategia che punta a riequilibrare i ricavi, e l'Europa, con i suoi meccanismi di regolazione dei prezzi meno rigidi di quelli statunitensi, si configura come il terreno ideale per aumentare le tariffe. Un silenzio, quello delle istituzioni comunitarie, che desta non poca perplessità, considerando gli ingenti finanziamenti pubblici erogati in fase d'emergenza. La situazione getta un'ombra sull'equilibrio tra profitti privati e interesse collettivo, specialmente in un settore, quello della salute, dove la leva del prezzo condiziona l'accesso alle cure.
Le inchieste giudiziarie sui contratti pandemici
Parallelamente, sul versante giudiziario italiano, prosegue l'esame delle procedure d'acquisto durante la crisi sanitaria. L'ex direttore generale dell'Agenzia delle dogane, chiamato in causa per le importazioni di dispositivi di protezione nel 2020, ha respinto con fermezza, dinanzi ai magistrati, ogni accusa di irregolarità, sostenendo la correttezza operativa di quel periodo eccezionale. Un capitolo, il suo, che si intreccia con le indagini più ampie sulle commesse pubbliche, le quali continuano a scandagliare i flussi di denaro e le assegnazioni dei contratti in quei mesi concitati, cercando di separare l'urgenza dalla negligenza.
Il caso di Garlasco e lo scontro tra parti
In un altro ambito della cronaca giudiziaria, il delitto di Garlasco riaccende periodicamente il dibattito mediatico, diventando terreno di un aspro conflitto tra accusa e difesa. La famiglia della vittima, Chiara Poggi, attraverso i suoi consulenti tecnici, ribadisce la colpevolezza di Alberto Stasi, indicando come movente la paura che la ragazza avesse scoperto, sul suo computer, materiale pornografico. Questa ricostruzione, però, viene contestata punto per punto dagli avvocati difensori, i quali portano all'attenzione le conversazioni estratte dalla vittima, che, a loro dire, racconterebbero una verità differente. La difesa di Stasi, denunciando presunte pressioni e una campagna mediatica pregiudizievole, ha sollecitato più volte che ogni nuovo elemento probatorio venga valutato esclusivamente in sede giudiziaria, evitando fughe di notizie che possano influenzare l'opinione pubblica.
La battaglia sull’interpretazione delle prove digitali
Il cuore tecnico della disputa verte proprio sull'interpretazione di quelle tracce digitali. Quanto davvero avrebbe potuto vedere Chiara Poggi, e in quale contesto, navigando sul pc del fidanzato? I periti della parte civile costruiscono una narrazione che dalla scoperta occasionale conduce alla reazione violenta, mentre gli esperti della difesa smontano questa sequenza, interrogandosi sulla durata della visione e sulla effettiva natura compromettente dei file. Uno scontro, quest'ultimo, che rimanda a una verità giudiziaria ancora da definire, lontana dai riflettori televisivi e dalle chat che, secondo alcuni, ribalterebbero tutto.




