Luciano Capasso trovato morto a Saint Moritz, la famiglia accusa i soccorsi: "Non lo hanno cercato"
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Redazione Interno
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Il Corpo senza vita di Luciano Capasso, il venticinquenne originario di Qualiano disperso da giovedì scorso sulle montagne che sovrastano Saint Moritz, è stato infine localizzato e recuperato nelle prime ore di domenica mattina, non appena le avverse condizioni meteorologiche, che per giorni avevano ostacolato qualsiasi operazione, hanno finalmente concesso una tregua. La notizia, comunicata ufficialmente dal console italiano all’avvocato della famiglia, Sergio Pisani, e confermata dal fratello del ragazzo, Tarry, giunto sul posto nei giorni precedenti per seguire personalmente le ricerche, ha spento ogni flebile speranza che si era nutrita fin dal momento della scomparsa. Un epilogo tragico, questo, che per i familiari della vittima solleva ora interrogativi pesanti come macigni sulla gestione dell’intera emergenza da parte delle autorità elvetiche, le quali, va detto, hanno invece già escluso l’apertura di un fascicolo d’inchiesta e concesso il nulla osta per il rimpatrio della salma, una procedura che, salvo intoppi burocratici, potrebbe concludersi già nella giornata di lunedì.
Un ultimo, disperato messaggio e una geolocalizzazione precisa
A rendere il dolore della famiglia ancora più lacerante, e a gettare ombre sulla tempestività dei soccorsi, è la dinamica che ha preceduto il ritrovamento. Luciano, che in passato aveva prestato servizio come militare, un dettagro quest’ultimo che lo rendeva tutt’altro che un escursionista improvvisato, indossava un dispositivo GPS di tipo professionale, ereditato dalla sua esperienza nelle Forze Armate e in grado di fornire coordinate estremamente precise. Fu proprio da quel dispositivo che, giovedì pomeriggio, partì l’ultimo, drammatico messaggio: "Cerco di non morire". Parole cui fece seguito un segnale che, per oltre cinquanta ore, rimase immobile sulla mappa, a quota 2.700 metri, in una zona conosciuta come Fuorcla Trovat, particolarmente esposta a improvvise bufere e a distacchi di valanghe. Il fratello Emmanuel, appena maggiorenne, riuscì a rilevare quelle coordinate e a girarle immediatamente alle autorità, ma, nonostante questo, le operazioni di ricerca non decollarono. "Avevamo una geolocalizzazione precisa – ha spiegato l’avvocato Pisani – ma il maltempo ha impedito un recupero che stamattina, con il sole, è stato invece velocissimo". Un fulmineo intervento degli elicotteri, insomma, non appena le nubi si sono diradate, che stride con l’immobilismo dei giorni precedenti.
Il racconto dei familiari e la rabbia per una frase agghiacciante
Ma è soprattutto il racconto dei familiari a dipingere un quadro fatto di attese, silenzi e, a loro dire, di cinismo, da parte di chi avrebbe dovuto coordinarne le ricerche. La madre del ragazzo, Raffaella Grande, distrutta dal dolore, ha raccontato ai cronisti di come la comunicazione con i soccorsi svizzeri sia stata fin da subito difficile e frustrante. L’accusa più grave, quella che più di ogni altra alimenta il risentimento e la richiesta di chiarezza, è riassunta in una frase che il fratello Emmanuel avrebbe ricevuto al telefono: "Preparatevi a un funerale". Un’espressione, questa, riferita dai parenti con sconcerto, che suona come una resa inaccettabile dinanzi a una vita in pericolo, quasi un monito beffardo a rassegnarsi all’ineluttabile invece di insistere per tentare ogni via. "Le ricerche non sono mai partite – ha aggiunto Emmanuel – e fin dall’inizio ci hanno risposto con sufficienza. Quando ho insistito, mi hanno detto di rassegnarmi, che non hanno una sfera magica, e hanno chiuso la comunicazione". La famiglia, nel suo disperato tentativo di fare qualcosa, era arrivata a offrire una ricompensa di cinquantamila euro a chiunque, con droni o squadre di volontari, fosse riuscito a raggiungere il punto indicato dal GPS, un’iniziativa privata che però non ha potuto concretizzarsi.
Una valanga di quarto grado e l’inutilità di qualsiasi intervento
Dalla versione fornita dalle autorità svizzere, per il tramite dell’avvocato Pisani che ha avuto modo di confrontarsi con loro, emerge una ricostruzione dei fatti che, pur non scalfendo il dolore della famiglia, introduce un elemento che oggettivamente ridimensionerebbe la portata dei ritardi. Secondo quanto riferito dalla polizia elvetica, infatti, Luciano Capasso sarebbe stato travolto da una valanga di categoria 4, su una scala che prevede un livello massimo di pericolo pari a 5. Un evento valanghivo di questa portata, spiega il legale, è di una violenza inaudita e non lascia scampo: la morte, in questi casi, sopraggiunge in pochi minuti, o per il trauma dell’impatto o per l’asfissia dovuta alla mancanza d’ossigeno, a meno che non si formino, e si tratta di evenienze rare, delle sacche d’aria. In uno scenario del genere, ha chiarito Pisani, neppure l’intervento più immediato e tempestivo avrebbe potuto salvare la vita del giovane ex paracadutista. Una precisazione, questa, che sposta il focus della vicenda dall’efficacia dei soccorsi alla prevenzione, e che lascia aperto un altro interrogativo: se, cioè, in quelle ore fosse stata diramata un’allerta valanghe per la zona di Fuorcla Trovat e, in caso affermativo, quanto questo rischio fosse stato comunicato e percepito. Questioni tecniche e giuridiche, queste, su cui ora si concentrerà l’attenzione, mentre la comunità di Qualiano si stringe attorno a una madre che, in queste ore, chiede solo di poter riabbracciare per l’ultima volta quel figlio che sognava di laurearsi in Giurisprudenza per aprire uno studio a favore dei più deboli.




