Docente taglia i capelli a due alunne per “spiegare” il riassunto, la scuola avvia un’indagine
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Redazione Interno
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L’episodio, destinato a lasciare un segno profondo nel clima di una scuola media della terraferma veneziana, si è consumato in pochi minuti, trasformando un’ordinaria lezione di terza media in un evento che oggi richiede l’intervento dei vertici dell’istituto. Alla base di tutto, una spiegazione didattica che – a detta della protagonista – necessitava di un esempio “tangibile”: una docente supplente, in servizio presso l’istituto Bellini di Mestre, ha infatti deciso di tagliare alcune ciocche di capelli a due alunne, sostenendo di voler rendere più chiara, attraverso quel gesto concreto, la tecnica per realizzare un riassunto. La notizia, pubblicata in collaborazione con il quotidiano l’Adige, ha fatto rapidamente il giro della città, alimentando un dibattito che però, in questa sede, ci limitiamo a riportare nei suoi aspetti fattuali e giudiziari.
La dinamica, ricostruita grazie alle testimonianze degli studenti presenti in aula, non lascia spazio ad ambiguità. Davanti ai compagni, la supplente avrebbe avvicinato le due ragazze e, con un paio di forbici – probabilmente portate da casa, sebbene l’inchiesta interna debba ancora accertarlo – reciso alcune ciocche, spiegando parallelamente che quel “taglio” rappresentava la sintesi di un testo più lungo. Gli altri alunni, secondo quanto riferito, hanno assistito all’intera scena in silenzio, per poi definire l’accaduto, a lezione terminata, con una parola precisa: «Che umiliazione». Un aggettivo che restituisce la percezione immediata di un gesto che, a prescindere dalle intenzioni dichiarate, ha varcato la soglia di quanto è consentito in un rapporto educativo.
Le reazioni degli esperti e la violenza simbolica
A commentare l’accaduto, seppure a distanza, sono intervenuti due professionisti di chiara fama, le cui parole aggiungono spessore all’analisi di quanto avvenuto senza per questo sostituirsi all’indagine in corso. Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, autore del libro “Riprendersi l’anima” e atteso a Venezia per un evento al teatro Goldoni, ha ripetuto per tre volte il termine “orrore”, scandendolo con nettezza per sottolineare l’assenza di qualsivoglia giustificazione. «Per piacere – ha dichiarato – non riduciamo queste cose alla psicopatologia: quanto avvenuto mi pare un atto semplicemente violento». Una posizione, la sua, che rifiuta ogni tentativo di incasellare l’episodio in una qualche forma di disturbo o di strategia didattica malriuscita, per restituirne invece la natura essenziale di prevaricazione fisica.
Nella stessa direzione, ma con un’angolatura diversa, si è mossa la psicologa e criminologa Roberta Bruzzone, che ha dedicato un lungo post sulla sua pagina Facebook alla vicenda mestrina. Per Bruzzone, tagliare i capelli a due ragazze davanti all’intera classe non rappresenta un gesto educativo, né tantomeno un goffo tentativo di “farsi capire”. «È un atto di prevaricazione, di umiliazione, di violenza simbolica esercitata davanti a testimoni – ha scritto – in un luogo che dovrebbe essere presidio di crescita, tutela e dignità». L’espressione “violenza simbolica” assume qui un peso specifico notevole, perché allude a quella capacità di ledere l’integrità psicologica e il senso di sé delle vittime senza necessariamente ricorrere a percosse, ma servendosi di gesti che umiliano in pubblico.
L’indagine interna e le possibili conseguenze disciplinari
All’indomani della denuncia informale, partita probabilmente da qualche genitore informato dai figli al rientro a casa, la dirigenza dell’istituto Bellini ha avviato una procedura interna per fare piena luce sulla vicenda. Non si conoscono ancora i tempi di questa indagine, né se la docente supplente sia stata temporaneamente sospesa dall’insegnamento in attesa di accertamenti. Quel che è certo, stando alle prime ricostruzioni, è che il gesto della supplente è stato ritenuto «inaccettabile» dai vertici scolastici, i quali hanno già preannunciato l’adozione di conseguenze disciplinari nei confronti dell’insegnante. La scuola, dal canto suo, ha il dovere di ricostruire ogni passaggio: dalla tipologia di forbici utilizzate alla reazione immediata delle due alunne, passando per l’eventuale consenso (mai verbalizzato, e comunque giuridicamente irrilevante se prestato sotto pressione) che le ragazze avrebbero potuto dare.
Resta da chiarire, e questo sarà probabilmente il nodo centrale dell’istruttoria, se la docente avesse già messo in atto comportamenti analoghi in altre classi o in precedenti incarichi. Al momento, però, non risultano altre segnalazioni simili nell’ambito dello stesso istituto. La cronaca, in questo caso, si intreccia con la quotidianità di un docente spesso lasciato solo di fronte a classi difficili, ma nessuna difficoltà gestionale può giustificare un gesto che invade la sfera personale e fisica degli studenti. Le due ragazze, la cui identità è stata protetta come prevede la normativa sui minori, sono state affidate alla presa in carico dei servizi psicologici scolastici, anche se non sono emerse, al momento, richieste di valutazione medica per un presunto danno fisico.
Il contesto normativo e i precedenti impliciti
Se si osserva il quadro delle norme che regolano il rapporto tra docente e discente, appare chiaro come l’articolo 571 del codice penale italiano, quello relativo agli abusi dei mezzi di correzione o disciplina, possa fornire una cornice interpretativa. Non che si voglia qui anticipare alcuna decisione giudiziaria – non spetta certo a un cronista farlo – ma è utile ricordare che la legge considera il ricorso a mezzi non consentiti, o comunque umilianti, come una fattispecie perseguibile anche in assenza di lesioni fisiche. La violenza psicologica, e il taglio dei capelli lo è in modo paradigmatico, rientra a pieno titolo in quella casistica, tanto più se commessa alla presenza di terzi (i compagni di classe) che ne amplificano l’effetto denigratorio.
Non si conoscono, per ora, iniziative legali da parte delle famiglie delle due alunne, anche se non si esclude che possano valutare un esposto alla procura per i minorenni di Venezia. La scuola, intanto, ha convocato un consiglio straordinario per discutere non solo di questo episodio, ma più in generale dei limiti dell’autorevolezza docente e dei confini tra metafora didattica e atto vessatorio. Un dibattito, quest’ultimo, che esula dalla pura cronaca e che investe il modo stesso di intendere l’insegnamento. Quel che resta, per ora, è l’immagine di due ragazze con alcune ciocche in meno, davanti a una classe sbigottita, e una supplente che forse credeva davvero di fare cosa utile. L’indagine interna stabilirà il resto.




