Nordio bolla come "spazzatura" le accuse di Report sullo spyware nelle procure
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Redazione Interno
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Che la relazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio in Parlamento avrebbe scaldato gli animi era nell’ordine delle cose, considerando la delicatezza dei temi all’esame, ma difficilmente si poteva prevedere che il dibattito istituzionale sarebbe stato oscurato, nel suo giorno clou, da una gravissima accusa. Sigfrido Ranucci, alla guida del programma "Report", ha infatti diffuso ieri, in piena seduta, un’inchiesta che getta un’ombra inquietante sul sistema. Secondo quanto ricostruito dalla trasmissione, un software di gestione remota, installato sui computer di magistrati e personale amministrativo nel 2019 – durante il primo governo Conte – risulterebbe ancora attivo e potenzialmente in grado di consentire, agli amministratori di sistema, un accesso indiscriminato ai dossier conservati nelle singole postazioni di lavoro, comprese quelle riservatissime dei pm. Una rivelazione, questa, che solleva interrogativi di portata enorme sulla sicurezza e sulla riservatezza degli atti investigativi e giudiziari, un pilastro dello Stato di diritto.
La replica infuocata del ministro in aula
Di fronte a una tale esplosione di notizie, il ministro Nordio ha reagito con veemenza, intervenendo in Senato con un tono particolarmente aspro. Definendo le rivelazioni come materiale prelevato "da quale pattumiera delle fake news", il guardasigilli ha categoricamente respinto ogni accusa, bollando lo scoop come "spazzatura" e assicurando che la vicenda non si sarebbe chiusa lì. Nel tentativo di smontare la ricostruzione, Nordio ha fatto riferimento anche ai suoi predecessori, sostenendo che le loro testimonianze potrebbero confermare l’infondatezza delle accuse. Una presa di posizione netta, la sua, che ha trasformato la seduta in un confronto ad alta tensione, lontano dai toni usuali del dibattito parlamentare su tali materie.
Il nuovo interrogativo sul "Copilot" di Microsoft
A complicare ulteriormente il quadro, sempre nell’ambito della stessa inchiesta, è emerso un ulteriore elemento tecnologico destinato a far discutere. Nei medesimi uffici giudiziari, infatti, sarebbe stato attivato all’inizio di quest’anno il "Copilot" di Microsoft, uno strumento basato sull’intelligenza artificiale progettato per gestire e organizzare i dossier digitali. Pur essendo presentato come uno strumento di supporto e, secondo quanto riferito, disattivabile dagli utenti, la sua introduzione in un contesto già scosso dalle rivelazioni sullo spyware solleva inevitabili quesiti. Alcuni magistrati, interpellati sulla questione, hanno iniziato a interrogarsi sulle implicazioni in termini di protezione dei dati sensibili e di autonomia della magistratura, in un momento in cui la fiducia negli strumenti informatici ministeriali appare minata.
Uno scandalo dalle profonde ripercussioni
La portata delle accuse è tale da travalicare la polemica politica del momento, configurandosi come una questione di sistema che attiene ai fondamentali dell’azione giudiziaria. L’idea che i computer di chi conduce indagini delicate possano essere vulnerabili a intrusioni, o semplicemente a una sorveglianza sistematica, mette in discussione i principi di indipendenza e segretezza che devono circondare il lavoro dei magistrati. Se le premesse dell’inchiesta corrispondessero al vero, si tratterebbe di una delle più gravi vulnerabilità verificatesi nell’apparato giudiziario italiano, con possibili riflessi – come dimostrano precedenti casi di cronaca nera – anche su procedimenti ad alto impatto mediatico, dove la riservatezza delle indagini è tutelata dalla legge. La replica furibonda del ministro non ha quindi spento le polemiche, ma ne ha anzi alimentato la dirompenza, lasciando aperto un conflitto la cui soluzione passerà necessariamente attraverso accertamenti puntuali e trasparenti.




