Paragon, lo spyware che ha spiato attivisti e giornalisti: il giallo tra servizi e procure
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Redazione Interno
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ROMA – Paragon, l’azienda israeliana nota per lo spyware “no-click” Graphite, aveva due contratti attivi con l’Italia, entrambi risolti per violazione delle norme etiche. A rivelarlo sono state inchieste del Guardian e del giornale israeliano Haaretz, che hanno portato alla luce un sistema di sorveglianza illegale su esponenti della società civile, tra cui attivisti e giornalisti. La decisione di rescindere i contratti è arrivata dopo che Meta, proprietaria di Facebook, aveva segnalato ai clienti di Paragon la presenza di un centinaio di persone spiate, tra cui Luca Casarini, storico leader dei Disobbedienti e capomissione dell’ong Mediterranea, l’armatore Beppe Caccia e altri tre attivisti impegnati nel salvataggio di migranti nel Mediterraneo.
Inizialmente si parlava di sette persone monitorate, ma il numero sembra destinato a crescere. Oltre a Casarini, anche Caccia, ex assessore veneziano e consigliere comunale fino al 2014, è finito nel mirino del software, che ha violato la privacy degli utenti senza il loro consenso. Lo spyware, che non richiede alcun click per attivarsi, è stato utilizzato per monitorare smartphone di giornalisti e attivisti, sollevando interrogativi sulle modalità di impiego e sulle responsabilità politiche e istituzionali.
Giuliano Tavaroli, ex sottufficiale dell’Anticrimine dei carabinieri di Milano ed ex responsabile della sicurezza di Pirelli e Telecom, ha definito il caso “fonte di imbarazzo politico per il governo”. In un’intervista a La Stampa, Tavaroli ha sottolineato che “il malware con cui sono stati infettati quei telefoni non si compra dal salumiere”, evidenziando come si tratti di strumenti riservati ai governi. La sua dichiarazione ha ulteriormente alimentato il dibattito sulle responsabilità politiche e operative dietro l’uso di Graphite.
Intanto, le procure italiane hanno dichiarato di non aver mai utilizzato lo spyware, lasciando aperto il giallo su chi abbia autorizzato e gestito le operazioni di sorveglianza. Il senatore Luca Magi, intervenuto sulla questione, ha chiesto al governo di fare chiarezza: “È incredibile che ancora non abbiamo sentito la voce del governo rassicurare i cittadini, la stampa libera e le ong sull’assenza di responsabilità e abusi nell’uso di questo software”. Magi ha ricordato che si tratta di uno strumento utilizzato dagli apparati di sicurezza e dalla polizia, rendendo indispensabile una risposta ufficiale.




