Il giallo che non lo è: chi ha spiato giornalisti e attivisti?
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La vicenda dei giornalisti e degli attivisti finiti nel mirino di software di sorveglianza, come il controverso Graphite di Paragon Solutions, continua a sollevare interrogativi inquietanti, nonostante il rumore di fondo dell’attualità rischi di soffocare una storia che meriterebbe ben altro spazio. Se è vero che il fiume in piena delle notizie quotidiane trascina via tutto, è altrettanto vero che la mancanza di risposte chiare su chi abbia ordinato e utilizzato questi strumenti di sorveglianza lascia un retrogusto amaro, alimentando dubbi e paure.
Dalle audizioni al Copasir è emerso che i sette italiani intercettati con Graphite non sarebbero mai stati considerati target dai Servizi segreti italiani per l’estero. Una precisazione che, però, non basta a dissipare le ombre. Il direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, ha ribadito questo punto durante l’audizione di ieri pomeriggio, richiesta dopo le rivelazioni degli ultimi giorni. Resta il fatto che, se i Servizi italiani non sono coinvolti, la domanda su chi abbia agito rimane senza risposta. E il silenzio, in casi come questi, rischia di essere più eloquente di qualsiasi dichiarazione.
Intanto, un nuovo caso riaccende i riflettori sul ruolo di Paragon. David Yambio, rifugiato sudanese e portavoce di Refugees in Libia, ha denunciato di essere stato torturato dal generale Almasri e di aver subito intercettazioni illegali. Anche il suo telefono, secondo quanto anticipato da La Stampa, sarebbe stato violato con strumenti riconducibili a Paragon. «Mi aspetto un’indagine immediata e approfondita», ha dichiarato Yambio, sottolineando come la sua sicurezza sia stata compromessa mentre viveva in Italia. Una situazione che solleva ulteriori interrogativi sull’uso indiscriminato di tecnologie di sorveglianza, spesso vendute a governi o entità con scarsi controlli democratici.
Non mancano le reazioni politiche. Il Partito Democratico del Lodigiano, ad esempio, ha espresso solidarietà a Francesco Cancellato, direttore di Fanpage, tra le vittime dello spyware. «L’uso di un software di hacking destinato a clienti governativi per colpire un giornalista pone interrogativi inquietanti», si legge in una nota. Se da un lato si vuole credere che le autorità italiane non abbiano utilizzato questi strumenti, alcuni precedenti – come il caso di Hacking Team – lasciano spazio a legittime preoccupazioni.
Quello che emerge, al di là delle singole vicende, è un quadro opaco in cui la tecnologia viene utilizzata per colpire soggetti spesso scomodi, senza che vi sia una chiara accountability. Se è vero che Graphite è uno strumento potente, è altrettanto vero che il suo impiego deve essere regolato da norme stringenti e trasparenti. Altrimenti, il rischio è che la sorveglianza diventi un’arma nelle mani di chiunque abbia i mezzi per acquistarla, minando alla base i principi di una società democratica.




