Il giallo che non lo è: sarebbe facilissimo sapere chi ha spiato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’inarrestabile flusso di notizie, che ogni giorno travolge l’attenzione pubblica, ha ormai relegato in secondo piano una vicenda che, invece, meriterebbe ben altro spazio: quella dei giornalisti e degli attivisti finiti nel mirino di un controllo illecito, di cui ancora non si conosce l’origine. Se la giustizia, con il suo procedere lento e metodico, non riesce a catturare l’interesse del grande pubblico, la domanda su chi sia il responsabile di queste intrusioni dovrebbe, almeno in teoria, continuare a bruciare. Eppure, sembra quasi che la curiosità collettiva si sia assopita, lasciando spazio a un silenzio imbarazzante.

Quello che emerge dalle ultime audizioni al Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, è un quadro complesso e frammentato. Giovanni Caravelli, direttore dell’Aise (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), ha confermato che i sette italiani spiati attraverso il software Graphite, prodotto dalla società israeliana Paragon Solutions, non erano target dei Servizi segreti italiani. Una precisazione che, però, non chiarisce chi abbia effettivamente autorizzato o eseguito le operazioni di sorveglianza.

Caravelli, lo stesso uomo che un mese fa era celebrato per il rientro dall’Iran della giornalista Cecilia Sala, si trova ora a dover gestire un vero e proprio “cerino acceso”. Il caso Paragon, infatti, rischia di trasformarsi in un incendio difficile da contenere, soprattutto alla luce delle rivelazioni sui trojan installati negli smartphone di giornalisti e attivisti. Durante l’audizione, durata due ore, il direttore dell’Aise ha cercato di fare chiarezza, ma le domande rimangono più delle risposte.

Tra i casi più emblematici c’è quello di David Yambio, rifugiato politico sud-sudanese e presidente dell’organizzazione Refugees in Libya. Il 13 novembre scorso, alle 17.06, Yambio ha ricevuto un messaggio allarmante da Apple: «Alert: Apple ha rilevato l’attacco di uno spyware mercenario contro il tuo iPhone». Il contenuto della mail non lasciava spazio a dubbi: «È probabile che l’attacco ti abbia preso di mira specificamente per chi sei o per cosa fai». Yambio, ventiseienne, è solo uno dei tanti che si sono ritrovati nel mirino di un sistema di sorveglianza sempre più invasivo e opaco.

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