I Cesaroni e l’addio silenzioso: Giulio cancella Cesare dalla rubrica

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nel sesto episodio de “I Cesaroni – Il ritorno”, in cui il rumore di fondo della Garbatella tace. Non è solo la fiction a fermarsi, ma il tempo stesso sembra sospendersi davanti a un gesto quotidiano, quasi banale, che invece pesa come una lastra di marmo: Giulio (Claudio Amendola) apre la rubrica del telefono, trova il nome del fratello Cesare – quello che fu di Antonello Fassari, scomparso poco prima dell’inizio delle riprese – e preme “elimina contatto”. Per tre puntate, lo spettatore aveva assistito a un rituale malinconico; il titolare della bottiglieria parlava al vuoto, inviava vocali a un numero che non avrebbe più risposto, come se tenere quel filo attivo potesse scongiurare l’evidenza della perdita. Quel gioco di ombre, però, doveva pur finire, e la scelta della sceneggiatura è stata spietatamente realistica: sono i figli, Marco e Rudi, a imporre la resa dei conti, spiegando al padre che il tempo dei sogni a occhi aperti è scaduto.

L’attimo in cui la recitazione diventa testimonianza

La forza della sequenza, andata in onda lunedì 27 aprile su Canale 5, risiede proprio in quel confine labile tra il personaggio e l’uomo. Quando Amendola pronuncia l’ultimo “Ciao Ce’”, con le mani che tremano mentre il pollice esita sopra lo schermo, è difficile non leggere in quella smorfia di dolore il saluto dell’amico che se n’è andato. Non c’è bisogno di scomodare la metanarrativa per capire che, in quel fotogramma, il copione è diventato un pretesto per un commiato autentico; la macchina da presa non racconta più la rivalità tra fratelli Cesaroni, ma documenta l’elaborazione di un lutto reale. Gli autori hanno lasciato che il dolore filtlasse senza filtri, e il risultato è una delle pagine più crude – e al contempo rispettose – mai scritte per una serie TV italiana. I fan, sommersi dalla commozione, hanno definito la scena “insostenibile” sui social, riconoscendo che nessuna delle lacrime versate in quell’ultimo minuto era artificiale.

Il nuovo equilibrio di una famiglia decimata

Oltre alla pesante assenza di Fassari, la settima stagione deve fare i conti con altre defezioni di peso che ridisegnano completamente la geografia affettiva della fiction. Alessandra Mastronardi, storica interprete di Eva, non è stata richiamata dalla produzione; una scelta che ha suscitato polemiche, soprattutto dopo che l’attrice ha rivelato di non aver mai ricevuto una telefonata ufficiale, smentendo le voci di un suo rifiuto volontario. A mancare all’appello c’è anche Elena Sofia Ricci (Lucia), la cui assenza è stata giustificata con la volontà di non restare imprigionata a lungo nello stereotipo del personaggio. Se a questi si aggiungono Micol Olivieri e Max Tortora, il quadro che emerge è quello di una “famiglia” ridotta all’osso, costretta a rigenerarsi con volti nuovi come Ricky Memphis e Lucia Ocone, mentre si assiste alla transizione della vecchia bottiglieria in ristorante. È un azzardo narrativo notevole, perché la serie rischia di trasformarsi in un relitto di ciò che era, ma il pubblico, per ora, sembra reggere l’urto grazie proprio a quella patina di nostalgia che gli sceneggiatori dosano con abilità.

La vita quotidiana che fa da contraltare al dramma

Nella stessa terza puntata, quella che contiene il famigerato addio, la regia si concede anche delle deviazioni più leggere per alleggerire la tensione. Giulio e Carlo, infatti, si improvvisano consiglieri sentimentali per il giovane Adriano, il quale cerca di conquistare l’amata Federica con risultati disastrosi che coinvolgono il compagno Renato. Parallelamente, Marco architetta un sotterfugio da manipolatore del terzo millennio: scoperta la cotta di Marta per un ragazzo di nome Jonathan, crea un profilo fake sui social per parlare con la figlia, spacciandosi per il suo stesso spasimante. Un espediente che sa tanto di commedia degli equivoci, e che forse stride con la drammaticità del finale, ma che restituisce quel senso di “normalità confusionaria” che ha sempre caratterizzato lo stile della serie. E mentre Virginia presenta il nuovo menù del ristorante – tra piatti che non convincono nessuno – lo spettatore si rende conto che, nonostante i vuoti incolmabili, la macchina dei Cesaroni continua a girare, alimentata a carburante emotivo e piccole, grandi ipocrisie familiari.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.