Pisa, rivolta nel carcere Don Bosco: microspie nelle celle e diretta TikTok
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Redazione Interno
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Un telefono che in cella non doveva esserci, una diretta su TikTok e alcune decine di detenuti barricati nel secondo reparto giudiziario del carcere Don Bosco di Pisa. La rivolta è scoppiata nella notte tra mercoledì e giovedì, quando un gruppo di reclusi ha trovato in un materasso una microspia collocata a fini investigativi. La protesta è durata ore, mentre all'esterno dei cancelli si radunavano familiari e amici dei detenuti, e si è conclusa all'alba senza feriti grazie alla mediazione di un negoziatore arrivato da Roma.
Quattro ristretti sono stati arrestati per i disordini e i danneggiamenti, tra loro il ventiquattrenne albanese Daniel Myrtaj, che aveva documentato la sommossa con ripetute live sul social network. Altri dieci detenuti sono stati trasferiti in istituti diversi perché le loro celle risultavano inagibili dopo gli incendi di materassi e suppellettili.
Le richieste dei detenuti e la trattativa
Durante le ore di tensione i rivoltosi hanno chiesto di parlare con il direttore del carcere e con il magistrato di sorveglianza, lamentando di non voler essere spiati all'interno delle proprie celle. «Vogliamo la certezza che a nessuno di noi verrà torto un capello», ha dichiarato uno dei detenuti mentre filmava la scena dall'interno della sezione. Nelle immagini trasmesse in diretta si vedono locali devastati, arredi fatti a pezzi, vetri rotti e mattonelle divelte, mentre gli agenti della polizia penitenziaria in assetto antisommossa tentavano di riportare la situazione sotto controllo.
Alla trattativa ha preso parte anche la garante dei detenuti, che ha invitato i reclusi a evacuare in maniera ordinata. Il dispositivo di intercettazione, secondo quanto appreso da fonti investigative, era stato collocato su delega della procura pisana nell'ambito di un'indagine antidroga.
Il quadro del sovraffollamento carcerario
L'episodio pisano si inserisce in un contesto di forte criticità del sistema penitenziario italiano. Secondo i dati del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria aggiornati allo scorso luglio, nei 189 istituti del Paese erano ristrette quasi 65 mila persone a fronte di una capienza regolamentare di poco superiore ai 51 mila posti. Considerando i posti effettivamente disponibili, che tengono conto dell'inagibilità di numerosi reparti, la disponibilità scende a poco più di 46 mila unità, con un tasso medio di sovraffollamento che supera il 140 per cento.
La componente straniera rappresenta circa il 31,3 per cento dei presenti. Il carcere Don Bosco di Pisa, in particolare, ospita più di trecento detenuti per meno di duecento posti teorici, una condizione che l'osservatorio Antigone ha definito caratterizzata da criticità igienico-sanitarie gravi.
La proposta di legge di Fratelli d'Italia
Sul piano politico, la rivolta del Don Bosco ha offerto alla maggioranza l'occasione per rilanciare il progetto di legge presentato a luglio da Fratelli d'Italia alla Camera, intitolato «Immigrato condannato, subito rimpatriato». Il testo prevede che il cittadino extracomunitario condannato in via definitiva per un reato non colposo a una pena superiore a un anno debba scontare la sanzione nel proprio Paese d'origine, senza necessità del consenso del condannato.
La procedura prevede una corsia preferenziale con tempi definiti: il ministro della Giustizia avrebbe trenta giorni per avviare la pratica e altri sessanta per firmare il decreto di trasferimento. Il provvedimento mira a estendere anche i casi di revoca della cittadinanza italiana per reati di particolare gravità, tra cui l'omicidio, la strage, il sequestro di persona e l'associazione mafiosa, limitatamente ai soggetti che possiedano già un'altra cittadinanza. Secondo il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, la misura potrebbe riguardare fino a circa 13.900 detenuti, pari al 68 per cento della popolazione carceraria straniera.
Le criticità segnalate
L'applicazione del trasferimento dei detenuti stranieri nei Paesi d'origine presenta nodi strutturali di non semplice soluzione. Il primo riguarda la necessità di accordi bilaterali con gli Stati di destinazione, non tutti disponibili a riprendere i propri cittadini detenuti all'estero. Inoltre, la misura si applica soltanto dopo una condanna definitiva, il che restringe sensibilmente la platea dei potenziali destinatari rispetto al totale dei reclusi stranieri.
L'associazione Antigone ha segnalato il rischio che il trasferimento avvenga verso Paesi con garanzie legali più deboli o condizioni detentive non conformi agli standard europei. Il testo prevede la possibilità di opporsi al trasferimento entro dieci giorni dalla notifica del decreto davanti alla Corte d'appello, ma solo per tre motivazioni specifiche: il rischio concreto di trattamenti contrari ai diritti umani, il pericolo di subire la pena di morte nello Stato di destinazione e la presenza di un grave e documentato danno per la propria famiglia.
Il ricorso non sospende automaticamente il trasferimento, a meno di una specifica decisione contraria dell'autorità giudiziaria.
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