L’Iran fuori dal congresso Fifa, il caso dei visti negati apre scenari inediti per il ripescaggio dell’Italia
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Redazione Sport
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Il 76esimo Congresso Fifa, in programma giovedì 30 aprile a Vancouver, si apre con una defezione di rilievo che poco ha a che fare con la pioggia di endorsement o gli ordini del giorno tecnici. La delegazione della federcalcio iraniana, guidata dal presidente Mehdi Taj, non sarà presente. Il motivo, stando alle prime ricostruzioni fornite da agenzie come Reuters e riprese dalla stampa asiatica, affonda le radici in un incidente avvenuto all’aeroporto di Toronto, dove gli agenti di sicurezza canadesi hanno bloccato l’ingresso ai dirigenti. Per questi ultimi, dopo un colloquio ritenuto “inappropriato” dalle cronache locali, è scattato il respingimento. Taj, accompagnato dal segretario generale Hedayat Mombini, avrebbe quindi fatto immediato rientro a Teheran via Turchia, cancellando la missione nordamericana.
Questa esclusione, definita da alcune fonti iraniane come un vero e proprio “insulto” a uno dei rami delle forze armate, non è un incidente isolato ma il tassello di un mosaico giuridico e politico molto complesso. Il Canada, che insieme a Stati Uniti e Messico ospiterà la fase finale del mondiale, ha designato il delle Guardie della Rivoluzione Islamica come organizzazione terroristica già nel 2024. Taj, il cui passato annovera legami con quella stessa struttura, si era già visto negare il visto a dicembre scorso per assistere al sorteggio di Washington. A Vancouver, insomma, si è consumata la replica di un copione già scritto, con la differenza che ora la scadenza del torneo è realmente alle porte.
Se da un lato la Fifa, per bocca dei suoi vertici, ha manifestato “dispiacere” per quanto accaduto al contingente asiatico, dall’altro il vuoto lasciato dall’Iran alimenta una speculazione che ormai travalica i confini dello sport. L’Italia, eliminata ai rigori dalla Bosnia e spettatrice non pagante di questa edizione, continua a essere accostata a uno dei “ripescaggi” più chiacchierati della storia recente. Paolo Zampolli, inviato speciale del presidente americano Trump per le partnership globali – e italoamericano doc –, sta conducendo una battaglia pubblica a suon di dichiarazioni. “Ho suggerito a Trump di mettere l’Italia ai Mondiali. Nel mio cuore vorrei vedere gli italiani giocare”, ha ripetuto più volte, spiegando che la presenza azzurra garantirebbe incassi da capogiro e un traino emotivo per i venti milioni di italoamericani sparsi negli States.
Tuttavia, a rendere meno fantascientifica l’ipotesi non sono solo le parole di Zampolli, quanto una serie di indici concreti che si sono accumulati nelle settimane decisive. A Seattle, città che ospiterà diverse gare della fase a gironi, è apparsa una gigantografia con il tricolore italiano al posto di quello iraniano accompagnata dalla scritta “Benvenuta Italia”. I bookmaker, da parte loro, hanno reagito con il classico movimento di mercato: la quota per un eventuale ripescaggio dell’Italia è crollata vertiginosamente, passando da valori altissimi a probabilità di poco superiori al 10 per cento. A ciò si aggiunge l’annullamento, da parte della federazione iraniana, delle amichevoli previste contro Macedonia del Nord e Angola, un dettaglio che in questi casi viene letto come un campanello d’allarme sulla reale capacità organizzativa della squadra in vista dell’impegno nordamericano.
h2: L’ostacolo dei visti e la linea dura di Rubio: atleti dentro, dirigenti sotto accusa
Il nodo centrale della vicenda, e che potrebbe determinare il futuro dell’Iran ai Mondiali, rimane la questione dei permessi di soggiorno. Il segretario di Stato americano Marco Rubio è stato chiaro nel delineare la strategia di Washington: non c’è alcuna intenzione di escludere i calciatori, in primis il talentuoso Taremi, ma il discambio cambia radicalmente quando si parla dello staff o dei membri istituzionali. La linea è netta, e ricalca quanto già accaduto all’aeroporto di Toronto: persone riconducibili alla Guardia Rivoluzionaria non sono benvenute. Visti negati o revocati, quindi, non per i tesserati in campo, ma per i dirigenti che dovrebbero accompagnarli.
Questa distinzione, per quanto lineare nella formulazione, crea sul piano pratico una crepa insanabile per la spedizione iraniana. Se il presidente federale o il segretario generale non possono nemmeno entrare nel territorio che ospita la competizione, come si organizza una delegazione? Le stesse forze dell’ordine canadesi, contattate dal New York Times, hanno ribadito l’assoluta incompatibilità con soggetti legati a determinate fazioni armate, suggellando di fatto l’esclusione dei vertici del calcio persiano. Per una federazione, essere rappresentata solo dai calciatori senza la propria ossatura dirigistica è un’anomalia logistica che la Fifa difficilmente potrà ignorare, specie a pochi giorni dal fischio d’inizio.
h2: Il fattore Seattle e la provocazione del tricolore che scalda la base azzurra
Mentre a Teheran si valutano le contromosse e a Zurigo si monitora la tensione, gli Stati Uniti vivono la loro dimensione parallela del business e dell’immagine. La comparsa della bandiera italiana a Seattle non è stata casuale, né tantomeno smentita. L’operazione ha un sapore di soft power: se l’Iran dovesse ufficialmente ritirarsi o essere escluso, la Fifa dovrebbe decidere se procedere con un sorteggio d’emergenza o pescare la squadra meglio gradita al pubblico locale. E l’Italia, in questa classifica di gradimento, parte oggettivamente davanti a ogni altra alternativa.
Zampolli ha orchestrato una campagna mediatica senza esclusione di colpi, passando per le radio nazionali e sollecitando pubblicamente il presidente Infantino. Il fatto che l’inviato di Trump goda di un canale diretto con la Casa Bianca trasforma la sua crociata in un atto che non è solo sportivo, ma squisitamente diplomatico. Del resto, la sua provocazione su “cosa accadrebbe se l’Iran non si presentasse alla vigilia” riecheggia nei palazzi del calcio che conta, dove il denaro e i diritti tv hanno sempre l’ultima parola.
h2: Il silenzio della Fifa e l’attesa per l’11 maggio: scenario di ripescaggio concreto?
Nonostante la ridda di indiscrezioni, la Fifa mantiene ufficialmente il profilo basso. La priorità dichiarata è trovare una quadra per includere l’Iran, seppur con un contingente ridotto e privo dei vertici incriminati. Tuttavia, il tempo stringe in modo brutale: il Mondiale scatta l’11 giugno e la registrazione delle liste deve avvenire con un certo anticipo. La data informale spacciata dagli addetti ai lavori come spartiacque è l’11 maggio, ovvero un mese esatto prima del via. Entro quel termine, Teheran dovrà dimostrare di poter operare in un contesto ostile senza la sua testa pensante. In caso contrario, il tavolo per il rimpiazzo diventerà caldissimo.




