Ora legale 2026, quando spostare le lancette in avanti
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Redazione Interno
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Mancano ormai pochissimi giorni al consueto appuntamento con l’ora legale, un passaggio che per quanto annuale e prevedibile, continua a rappresentare per molti italiani un piccolo trauma, una sorta di jet lag sociale che scombussola i ritmi circadiani. Nella notte tra sabato 28 e domenica 29 marzo 2026, alle ore 2.00, le lancette andranno infatti spostate un’ora in avanti, un gesto meccanico che ci farà dormire sessanta minuti in meno ma che, di contro, allungherà le giornate regalando luce fino al tardo pomeriggio. Questo cambiamento, che sulla carta sembra banale, si porta dietro un dibattito ormai annoso che oppone i sostenitori del mantenimento dell’ora legale a quanti ne auspicherebbero l’abolizione definitiva, una discussione che periodicamente torna a infiammarsi, soprattutto nei giorni che precedono lo spostamento delle lancette.
L’operazione, che scatterà l’ultimo fine settimana di marzo come stabilito dalla direttiva europea 2000/84, vedrà il passaggio alle 3.00 del mattino, un’ora che molti nemmeno percepiranno nel sonno del weekend, ma i cui effetti si faranno sentire nei giorni successivi. Il meccanismo, introdotto stabilmente in Italia a partire dal 1966 dopo alterne vicende che risalgono alla Prima guerra mondiale, quando venne adottato per risparmiare carbone, ha lo scopo dichiarato di ridurre i consumi energetici, un obiettivo che però, alla luce delle nuove tecnologie e dei moderni stili di vita, appare sempre più marginale. Secondo le stime di Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale, il risparmio complessivo è comunque quantificabile in circa 90 milioni di euro l’anno, un dato che i fautori del mantenimento sottolineano con forza, sebbene i detrattori lo ritengano ormai irrilevante rispetto ai disagi arrecati all’organismo.
Gli effetti del cambio sul ritmo sonno-veglia e la questione ormonale
Il vero nodo della questione, quello che i medici non si stancano di ribadire ogni sei mesi, riguarda l’impatto sulla salute, un aspetto spesso sottovalutato in nome di un risparmio energetico che, come detto, appare sempre più esiguo. Il nostro, infatti, segue un ritmo circadiano regolato principalmente dall’esposizione alla luce naturale, un orologio biologico interno che coordina funzioni vitali come la produzione di melatonina e cortisolo. Quando si sposta artificialmente il segnale luminoso di un’ora, come accade con il passaggio all’ora legale, si crea uno squilibrio, un disallineamento tra il tempo biologico e quello sociale che i ricercatori chiamano social jet lag, una condizione che può manifestarsi con disturbi del sonno, irritabilità, difficoltà di concentrazione e un generale senso di affaticamento.
Nei giorni immediatamente successivi al cambio, circa un quarto della popolazione, e in particolare i cosiddetti “gufi”, ossia coloro che sono abituati a dormire e svegliarsi tardi, possono accorgere maggiormente la fatica dell’adattamento. La melatonina, l’ormone che favorisce l’addormentamento, viene prodotta più tardi a causa della persistenza della luce serale, mentre il cortisolo, legato allo stress e al risveglio, può vedere alterato il suo equilibrio fisiologico. Studi pubblicati su riviste scientifiche autorevoli, come i Proceedings of the National Academy of Sciences, hanno addirittura evidenziato un lieve aumento del rischio di incidenti stradali e di eventi cardiovascolari nelle 48-72 ore successive al passaggio all’ora legale, un dato che la classe medica invita a considerare con la massima attenzione, specialmente per i soggetti più fragili come anziani e bambini.
Le ragioni di un dibattito europeo fermo al palo
Il motivo per cui ancora oggi ci troviamo a discutere di questo tema, nonostante le evidenze scientifiche e la contrarietà di una parte consistente dell’opinione pubblica, risiede in una impasse politica che dura ormai da anni. Nel 2018 la Commissione europea aveva proposto l’abolizione del cambio stagionale dell’ora, lasciando ai singoli Stati membri la libertà di scegliere se mantenere stabilmente l’ora legale o quella solare. Il Parlamento europeo si espresse a favore, ma la decisione finale, per diventare esecutiva, necessitava del vaglio del Consiglio dell’Unione europea, l’organismo che riunisce i governi nazionali, e lì la discussione si è arenata, poiché non si è mai raggiunta la maggioranza qualificata richiesta.
I Paesi del Nord Europa, caratterizzati da inverni bui ed estati molto luminose, sarebbero infatti propensi a mantenere l’ora solare per tutto l’anno, mentre le nazioni dell’area mediterranea, Italia compresa, spingono per l’adozione permanente dell’ora legale, che garantirebbe serate più lunghe. Un accordo appare dunque lontano, e la direttiva del 2000 continua a fare da cornice normativa obbligando tutti i membri all’adeguamento. Nel frattempo, l’ora legale resta in vigore per sette mesi, fino all’ultima domenica di ottobre, che nel 2026 cadrà il 25, quando nella notte tra sabato e domenica torneremo all’ora solare, riportando le lancette indietro di sessanta minuti e recuperando quell’ora di sonno persa a marzo.




