Il prosciutto cotto e l'allarme Oms, tra vecchie classificazioni e nuovi studi

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La recente ondata di notizie che definiscono il prosciutto cotto come "cancerogeno", sebbene abbia riacceso un dibattito pubblico mai sopito, non rappresenta in realtà l'emersione di un pericolo nuovo o precedentemente sconosciuto. Ciò che si osserva, piuttosto, è il riaffiorare periodico di un'informazione scientifica già consolidata, la quale, nel suo viaggio verso il grande pubblico, rischia di essere semplificata fino a perdere i propri contorni più significativi e, soprattutto, il proprio corretto contesto. La fonte primaria di questa associazione risale, come molti ricorderanno, al 2015, quando l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), organismo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, incluse le carni lavorate nel cosiddetto Gruppo 1, una categoria che raggruppa gli agenti per i quali esiste una "sufficiente evidenza" di cancerogenicità per l'uomo.

Il significato della classificazione IARC

Quella decisione, che all'epoca suscitò un comprensibile clamore, merita però una lettura più attenta di quella che spesso le viene riservata. La classificazione in quel gruppo, infatti, non esprime un giudizio sulla "pericolosità" quantitativa di una sostanza, ovvero su quanto sia rischioso consumarne una determinata quantità, bensì attesta la solidità e la consistenza delle prove scientifiche che collegano quell'agente allo sviluppo di tumori. In altre parole, il prosciutto cotto e altri salumi condividono la stessa categoria del fumo di tabacco o dell'amianto per il grado di certezza del nesso causale, ma non per l'entità del rischio che pongono ai singoli individui, un aspetto fondamentale che viene sistematicamente trascurato nella comunicazione più superficiale.

Le nuove ricerche e il quadro complessivo

In questo panorama già delineato, uno studio pubblicato all'inizio del 2026 sulla rivista The BMJ, basato sui dati della vasta coorte francese NutriNet-Santé, ha offerto nuovi spunti di analisi e ha rinfocolato l'attenzione mediatica. La ricerca, com'è nello spirito del progresso scientifico, ha approfondito le associazioni tra consumo di carni lavorate e rischi per la salute, confermando tendenze note alla comunità scientifica. Tuttavia, la portata di questi lavori va inquadrata nella totalità delle evidenze disponibili, le quali, se da un lato suggeriscono cautela nel consumo frequente e abbondante, dall'altro non supportano messaggi di allarme categorico e assoluto rivolti alla popolazione generale.

Consumo e consapevolezza

La questione, quindi, si sposta dal piano dell'allarmismo generico a quello della consapevolezza e della moderazione nelle scelte alimentari quotidiane. Nessuna autorità sanitaria seria suggerisce di eliminare totalmente il prosciutto cotto dalla dieta, ma piuttosto di considerarlo, alla stregua di molti altri alimenti lavorati, un prodotto da consumare con una certa frequenza e non in maniera sistematica. Il principio di precauzione, in questo caso, si traduce in un invito a variare la propria alimentazione, riducendo le porzioni e la regolarità di assunzione di tutti i salumi, il prosciutto cotto incluso, senza per questo cadere in inutili psicosi o privazioni drastiche che non trovano fondamento nelle raccomandazioni ufficiali basate sulle prove scientifiche.

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