Il blocco navale americano strangola l'economia iraniana: export petrolifero giù dell'85%
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
A quasi due mesi dalla sua reintroduzione, il blocco navale statunitense contro l'Iran sta producendo effetti ben più profondi di quanto non avessero fatto le ondate di attacchi aerei condotte in luglio. Il 14 luglio le forze armate americane hanno ripristinato il controllo militare sui traffici marittimi diretti verso i porti iraniani. Da allora, secondo i dati dell'agenzia di intelligence commerciale Kpler, le esportazioni di greggio di Teheran sono crollate a una media di 255.000 barili al giorno in agosto, con una contrazione dell'85% rispetto ai livelli del periodo febbraio-aprile.
Il collasso delle esportazioni petrolifere
La differenza rispetto al passato risiede nella natura dello strumento impiegato. Le incursioni aeree non erano riuscite a costringere l'Iran ad abbandonare le proprie pretese sul controllo dello Stretto di Hormuz, punto di transito obbligato per circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali prima dell'inizio del conflitto a fine febbraio. Il blocco navale, al contrario, agisce direttamente sulla capacità di generare valuta pregiata.
Le petroliere iraniane continuano a caricare greggio nei terminal del Golfo, ma nessuna di esse riesce a superare la linea di interdizione americana.
Il problema per Teheran non è soltanto rappresentato dalle nuove partenze impedite. Anche le scorte già accumulate oltre il blocco, che fino a poche settimane fa garantivano ancora flussi di denaro attraverso le consegne differite, si stanno prosciugando a ritmo sostenuto. Secondo le stime di Kpler, il cosiddetto "inventario galleggiante" è sceso da circa 90 milioni di barili a metà luglio a 29 milioni, con la prospettiva di esaurimento entro la metà di ottobre.
La stretta finanziaria e le sanzioni secondarie
Sul fronte finanziario, l'amministrazione Trump ha lanciato quella che il segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito "Operation Economic Outcast", un pacchetto di misure destinato a colpire i canali attraverso cui l'Iran riesce ancora a procurarsi valuta e tecnologia. Il piano, annunciato a fine agosto, prevede sanzioni secondarie contro istituti di credito, compagnie di navigazione e intermediari finanziari che continuino a intrattenere rapporti commerciali con entità iraniane, con la minaccia esplicita di esclusione dal sistema finanziario in dollari.
L'ultimo annuncio in ordine di tempo risale allo scorso 10 settembre, quando Bessent ha dichiarato che lunedì prossimo verrà sanzionata "una grande banca", senza specificare né il nome dell'istituto né il Paese di appartenenza. La misura segue di pochi giorni il provvedimento contro le filiali di Dubai della seconda banca più grande d'Egitto, ritenuta responsabile di aver veicolato 1,8 miliardi di dollari a favore di Teheran.
Le conseguenze sull'economia reale
L'impatto della stretta si misura ormai anche sul tessuto economico interno. L'inflazione ufficiale si aggira attorno all'80%, con picchi superiori al 120% per i generi alimentari. Il valore del rial è crollato ai minimi storici e le importazioni di beni non petroliferi hanno subito una contrazione di quasi il 40% rispetto ai livelli prebellici.
Il blocco ha inoltre paralizzato le rotte logistiche che facevano capo ai porti meridionali come Bandar Abbas. I container che prima raggiungevano l'Iran in poco più di un mese restano ora bloccati per settimane nei terminal di Hong Kong, Karachi o Jebel Ali, con tariffe di trasporto marittimo salite da 3.000 a quasi 10.000 dollari per unità.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
