Il parroco di via Selvanesco: «Quei bambini vengono da una bolla di invisibili»
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Redazione Interno
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«Ma quale campo rom? Ma quale associazionismo, quali progetti? Questa è una bolla di invisibili: semplicemente, non dovrebbe esistere». Le parole di don Paolo Steffano, parroco di quattro chiese a Gratosoglio, quartiere popolare della periferia sud di Milano, suonano come un’accusa netta a un sistema che ha lasciato indietro troppi. È qui, tra strade anonime e palazzine dormitorio, che lunedì scorso una donna di 71 anni, Cecilia De Astis, è stata travolta e uccisa da un’auto rubata, guidata da quattro minorenni.
I ragazzini – due di 11 anni, uno di 12 e uno di 13 – sono stati rintracciati nelle ultime ore, tranne uno, ancora latitante. I tre trovati sono stati allontanati dalle famiglie e collocati in comunità protette, mentre la Procura minorile ha avviato i ricorsi urgenti per la loro tutela. Quanto alla quarta, una bambina di 11 anni, è stata dimessa dall’ospedale di Mondovì, dove era stata portata dopo essere stata fermata insieme a familiari sull’autostrada A6.
Quello che colpisce, oltre alla giovane età dei protagonisti di questa tragedia, è il contesto da cui provengono. Don Steffano, che da anni lavora a stretto contatto con le marginalità del quartiere, parla di una «bolla» fatta di esistenze che sfuggono a qualsiasi rete, sociale o istituzionale. Non si tratta di un campo rom, precisa, né di una comunità organizzata: è qualcosa di più sfuggente, un vuoto in cui bambini crescono senza riferimenti, senza controllo, senza futuro.




