Tokyo, Seul e Hong Kong affondano, il petrolio vola sopra i 112 dollari e scuote i mercati asiatici
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Redazione Economia
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Il primo colpo lo incassa la mattina asiatica, con i listini che aprono in profondo rosso e non riescono più a recuperare terreno, travolti da un’ondata di vendite che non si vedeva dallo shock energetico successivo all’inizio della guerra in Ucraina. Il pretesto, o meglio la causa scatenante, è quella fiammata dei prezzi del greggio che lunedì 9 marzo ha riportato il petrolio ben oltre la soglia psicologica dei cento dollari al barile, un livello che era stato ormai archiviato come un brutto ricordo del 2022. L’escalation militare in Medio Oriente, con il conflitto che coinvolge ormai apertamente Stati Uniti, Israele e Iran, ha di fatto paralizzato le rotte marittime cruciali come lo Stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale – e questo ha innescato un rally dei prezzi di proporzioni gigantesche. Il West Texas Intermediate, il benchmark americano, ha toccato punte superiori ai 112 dollari, mentre il Brent ha sfondato il muro dei 114, registrando incrementi percentuali a doppia cifra che non si verificavano da tempo immemorabile.
L’effetto domino sui mercati azionari è stato immediato e devastante, con gli investitori che hanno letteralmente abbandonato le asset class piú rischiose per rifugiarsi in beni rifugio come il dollaro, che ha visto un deciso apprezzamento, o nei titoli di stato americani, nonostante il contesto di tassi in rialzo abbia provocato un selloff proprio sui Treasury. La piazza piú colpita, come spesso accade quando il greggio impazzisce, è stata Tokyo: il Nikkei 225 ha chiuso le contrattazioni con un tonfo superiore al 5% in una sola seduta, arrivando a perdere oltre sei punti percentuali nel corso della mattinata, un tracollo che ha spinto la Borsa giapponese ai livelli piú bassi degli ultimi mesi. L’indice è stato letteralmente falcidiato, con vendite a tappeto su tutti i settori a eccezione di quello petrolifero, e l’Osaka Exchange è stata costretta persino ad attivare un meccansimo di interruzione temporanea (il cosiddetto “circuit breaker”) sui future del Nikkei per cercare di arginare la volatilità.
Non è andata meglio in Corea del Sud, dove il Kospi ha registrato un arretramento ancora più marcato, con un crollo che ha sfiorato l'8% e che ha portato all'attivazione delle procedure di sospensione delle negoziazioni. Il mercato di Seul, estremamente dipendente dalle importazioni di materie prime per il suo tessuto industriale, ha pagato a caro prezzo la paura di un’inflazione importata che potrebbe costringere le banche centrali a mantenere una politica monetaria restrittiva piú a lungo del previsto. Anche Hong Kong ha aperto in forte ribasso, con l’indice Hang Seng in calo di oltre due punti e mezzo percentuale, trascinato verso il basso dai giganti tecnologici e assicurativi cinesi. Le borse della Cina continentale, Shanghai e Shenzhen, hanno mostrato una tenuta leggermente migliore, con ribassi contenuti intorno all’1%, ma il sentiment rimane pessimista: l’aumento del costo dell’energia rischia di comprimere i margini delle imprese in un momento in cui l’economia di Pechino cerca faticosamente di ripartire.




