Le borse europee affondano nello stallo Hormuz, il petrolio vola a 106 dollari

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La seduta del 24 aprile 2026 passa agli archivi come una delle più nervose per i mercati del Vecchio Continente, dove la parola d’ordine è stata “attesa” ma senza alcuna ricompensa finale. Gli indici, infatti, hanno chiuso quasi tutti in territorio negativo, fiaccati da quella che ormai appare come una cronaca di una crisi annunciata: lo stallo dei colloqui tra Stati Uniti e Iran continua a tenere in ostaggio la fiducia degli investitori, i quali – va detto – avevano scommesso su una svolta diplomatica che invece non è arrivata. A pesare come un macigno sui listini, come sempre accade in questi frangenti, è il nodo dello Stretto di Hormuz; il braccio di ferro in quella sottile striscia d’acqua sta facendo letteralmente impennare il costo dell’energia, con il Brent che è risalito fino a toccare quota 106 dollari al barile. In questo clima di tensione, i trader hanno preferito disfarsi dei titoli più esposti al ciclo economico, cercando rifugi di corto periodo, mentre la geopolitica oscilla come un pendolo tra l’ipotesi di una escalation e la flebile speranza di nuovi negoziati.

Francoforte resiste grazie al tech, Milano soffre sui massimi storici

Guardando nel dettaglio la classifica delle piazze finanziarie, emerge un dato controcorrente che merita attenzione. Se Madrid ha registrato la flessione più marcata della giornata, con vendite massicce sui titoli finanziari e turistici, la Borsa di Francoforte è riuscita a chiudere vicinissima alla parità, un risultato che sa quasi di miracolo considerato il contesto generale a tinte fosche. A sorreggere il principale indice tedesco è stato un treno in corsa solitario: il colosso del software SAP. La società, forte di una trimestrale che ha superato le aspettative del mercato grazie all’accelerazione del business legato all’intelligenza artificiale e al cloud, ha visto le proprie azioni volare letteralmente, compensando i ribassi diffusi negli altri settori. Per Piazza Affari, invece, la musica è stata ben diversa e decisamente meno dolce: l’indice milanese ha toccato un passivo dell’1%, annullando gran parte dei recuperi delle sedute precedenti. La piazza milanese, storicamente sensibile alle oscillazioni delle materie prime e alle turbolenze finanziarie internazionali, ha visto prevalere le vendite proprio nei comparti della difesa e delle banche, penalizzati da un contesto di tassi ancora incerti e da una avversione al rischio in forte aumento.

La Germania si ferma, l’Ifo crolla a livelli da lockdown

Non sono solo le tensioni diplomatiche a preoccupare gli operatori, se è vero che il quadro macroeconomico offre elementi di fragilità preoccupanti, soprattutto per la prima economia d’Europa. La Germania, che aveva retto meglio del previsto l’urto iniziale della crisi energetica post-pandemia, ha fornito un segnale inequivocabile di rallentamento: l’indice IFO di aprile è crollato a 84,4 punti. Si tratta di un valore che non si vedeva dai tempi bui di maggio 2020, quando il continente era in piena lockdown per fermare la diffusione del virus. La lettura dei numeri è tanto semplice quanto drammatica per gli economisti: si è deteriorata non solo la componente delle aspettative (come già accaduto a marzo), ma anche quella della situazione corrente. In pratica, l’effetto del rincaro del petrolio e del blocco delle rotte commerciali in Medio Oriente ha smesso di essere una ipotetica minaccia futura per trasformarsi in un freno a mano tirato sull’attività economica del presente; le fabbriche tedesche, cuore pulsante dell’export continentale, iniziano a sentire il peso di una logistica sempre più cara e di una domanda internazionale che trattiene il fiato.

Petrolio e Tokyo, gli unici a correre mentre l’Occidente arretra

In questo quadro dominato dalle vendite e dalla fuga dal rischio, c’è però un asset che continua imperterrito la sua corsa, testimoniando plasticamente il malessere dei mercati: il petrolio. Ogni ora che passa senza un accordo tra Stati Uniti e Iran – e senza la riapertura effettiva dello Stretto di Hormuz – aggiunge un premio al prezzo del greggio, il quale ormai si è stabilizzato su livelli tali da erodere qualsiasi margine di profitto per le imprese energivore. Il Brent, come detto, viaggia saldamente sopra i 106 dollari, alimentando lo spettro di una inflazione di ritorno che le banche centrali, in procinto di riunirsi, dovranno nuovamente fronteggiare. L’unico faro di luce, in questa giornata buia per l’Occidente, arriva dall’estremo Oriente: la Borsa di Tokyo ha chiuso in rialzo dell’1%, dimostrando una certa resilienza e slegandosi per un giorno dalla scia negativa lasciata da Wall Street. Un comportamento, quello del Nikkei, che suggerisce come la mappa dei flussi di capitale stia cambiando, o forse semplicemente che gli investitori giapponesi considerino le tensioni in Medio Oriente come un problema geopolitico più europeo che globale.

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