La strategia energetica europea tra freddo, gasdotti e nuove dipendenze

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L'ultimo morso dell'inverno, più agguerrito del previsto, sta erodendo con preoccupante rapidità le riserve di metano accumulate nel Vecchio Continente, le quali – dopo un prelievo di circa cinquantuno miliardi di metri cubi dall’inizio della stagione termica – hanno visto la propria percentuale di riempimento scivolare in pochi giorni da un già critico 44 a un 40,5 per cento, livello che riporta alla memoria, senza troppi veli, la stretta del 2022 quando la crisi con la Russia era nel suo culmine. Un confronto che rende l’idea: solo un anno fa, il 3 febbraio 2025, gli stoccaggi erano intorno al 52 per cento, mostrando oggi un divario non trascurabile e il peso di un clima rigido che ha costretto a svuotare i depositi più del previsto.

Il percorso legislativo e lo stop al gas russo

In questo contesto di fragilità, segnato da numeri che parlano da soli, è entrato in vigore – non senza tensioni – il regolamento REPowerEU, pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell’Unione il 2 febbraio, che disegna una tabella di marcia precisa per affrancarsi definitivamente dalle forniture della Federazione Russa. Il divieto, che riguarderà sia il gas via gasdotto che il gas naturale liquefatto, inizierà a essere applicato in modo progressivo a partire dal prossimo 18 marzo, con l’obiettivo dichiarato di azzerare completamente gli arrivi dall’est entro l’autunno del 2027. Una roadmap che, nei fatti, muoverà i primi passi concreti già dal 2026, sancendo una svolta epocale in un settore – quello energetico – dove i legami con Mosca, seppur drasticamente ridotti negli ultimi tempi, permangono vitali per alcune capitali.

Le fratture interne e l’ombra della Corte di Giustizia

Proprio qui, nel dettaglio di quelle economie ancora intrecciate con i rifornimenti russi, si annida il cuore di uno scontro istituzionale di non poco conto, che rischia di trasformare il cammino verso l’autonomia in un percorso a ostacoli. Ungheria e Slovacchia, infatti, hanno prontamente annunciato il proprio intendimento di ricorrere alla Corte di Giustizia Europea, denunciando quella che percepiscono come una violazione dei trattati fondativi e un pericolo concreto per la stabilità industriale e sociale dei propri paesi. Bruxelles, dal canto suo, si è detta pronta a difendere la posizione adottata, in un braccio di ferro che evidenzia le profonde spaccature nella gestione collettiva della sicurezza energetica, mentre il freddo continua a mordere e le scerve a calare.

Il nuovo scenario transatlantico e gli approvvigionamenti

Parallelamente, mentre il dibattito infuria e i contenziosi si profilano all’orizzonte, la geografia degli approvvigionamenti europei si è già radicalmente ridisegnata, spostando il suo baricentro oltreoceano. La dipendenza dal gas naturale liquefatto, trasportato via nave, è infatti cresciuta in maniera esponenziale, e di questa fetta – ormai predominante – più della metà proviene dagli Stati Uniti, dove il presidente Donald Trump guida l’esecutivo. Un dato che delinea una nuova forma di interdipendenza, quella con Washington, la quale, se da un lato offre una diversificazione rispetto al fornitore storico, dall’altro pone interrogativi su costi, sostenibilità e resilienza di una supply chain così lunga e sensibile alle dinamiche globali, in uno scenario dove ogni metro cubo conta.

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