Netanyahu ordina lo stop ai raid in Libano ma il nodo del ritiro resta irrisolto
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Redazione Esteri
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L'ennesima giornata di bombardamenti e violazioni del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran ha portato, nella tarda serata di ieri, a un ordine preciso del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Israel Katz: cessare il fuoco in Libano. Una direttiva che, stando a quanto riportano i media israeliani, è stata coordinata con l'amministrazione Trump ma che contiene una clausola destinata a mantenere alta la tensione lungo il confine settentrionale.
Non ci sarà, infatti, alcun ritiro delle truppe israeliane dal Sud del Paese dei cedri, e i militari si riservano il diritto di rispondere a eventuali attacchi da parte dei miliziani Hezbollah.
Una tregua annunciata e subito violata
La schizofrenia delle ultime quarantotto ore racconta meglio di qualsiasi rapporto ufficiale la fragilità di un accordo che, nelle intenzioni di Washington e Teheran, avrebbe dovuto mettere un freno a un conflitto ormai fuori controllo. Venerdì pomeriggio, alle 16, era stato annunciato l'ennesimo cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, dopo le decine di bombardamenti israeliani che avevano colpito il sud del Libano e la valle della Beqa'a, a est.
Eppure, gli F-16 dell'aviazione israeliana non hanno mai smesso di solcare i cieli libanesi: entro le tre del giorno successivo, lo Stato maggiore di Tel Aviv aveva già contato 70 raid aerei e 18 attacchi con droni, portando il bilancio delle vittime a oltre cento persone in soli due giorni. Una sequenza di eventi che ha reso di fatto carta straccia ogni proclama di tregua, alimentando la sensazione che il vero campo di battaglia, più che quello geografico, sia quello della comunicazione politica.
Il ruolo di Hezbollah e la frizione sul terreno
L'ordine di Netanyahu, per quanto perentorio, si scontra con una realtà operativa complessa e con la natura stessa del nemico. Hezbollah, che non ha mai sottoscritto formalmente l'intesa tra Stati Uniti e Iran, continua a rappresentare un fattore imprevedibile in grado di vanificare qualsiasi piano di disimpegno.
Il capo di stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, ha ribadito ieri la volontà di fermare i combattimenti, ma la permanenza delle truppe nel Sud del Libano trasforma ogni pattugliamento in un potenziale casus belli, perché i miliziani sciiti potrebbero interpretare l'occupazione come una provocazione e agire di conseguenza. Ed è proprio questa frizione sul campo, questa sovrapposizione di volontà contrastanti, a impedire che la tregua possa effettivamente entrare in vigore, riducendo l'accordo di venerdì a un mero esercizio retorico privo di riscontri pratici.
Il malcontento interno e la "roulette" libanese
Tra i corridoi del potere a Gerusalemme, l'operazione in Libano viene ormai definita con un soprannome che tradisce un certo scetticismo: "gingi", capelli rossi in ebraico, un termine che circola tra gli anonimi funzionari e che accompagna lamenti sempre più insistenti sulla sorte dei soldati impegnati sul fronte settentrionale. "Noi adesso dobbiamo andare a quattro funerali di militari", si sente dire nei ministeri, quasi a sottolineare il divario tra le ambizioni strategiche del governo e il costo umano che queste comportano.
Eppure, sono stati proprio i ministri del gabinetto di sicurezza, con il loro premier in testa, a spingere affinché l'offensiva proseguisse ben oltre i limiti inizialmente previsti, salvo poi trovarsi ora a dover gestire una situazione che molti definiscono una "roulette" dalla quale non si vede una via d'uscita chiara.
La pressione esercitata dal presidente Donald Trump ha imposto un freno, ma non ha risolto il nodo politico e militare di Hezbollah, lasciando Netanyahu e il suo esecutivo in bilico tra le richieste dell'alleato americano e le esigenze di sicurezza di uno Stato che non può permettersi di mostrare debolezza.




