Stellantis, la riorganizzazione passa dagli esodi: a Termoli e Atessa nuove uscite volontarie

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La riorganizzazione degli stabilimenti italiani di Stellantis prosegue attraverso un ricorso sistematico agli esodi volontari incentivati, una strategia che interessa contemporaneamente diversi poli produttivi del Centro e del Nord Italia. Alla procedura di separation già attivata per 60 dipendenti dello stabilimento molisano di Termoli, che dovranno lasciare entro la fine del 2026, si aggiunge ora un'altra consistente ondata di uscite destinata al vicino impianto abruzzese di Atessa, il grande sito della Val di Sangro storicamente noto come Sevel.

L'azienda ha ufficialmente comunicato alle rappresentanze sindacali l'intenzione di aprire una procedura per accompagnare fuori dalla fabbrica altri 305 lavoratori, dei quali 300 operai e cinque impiegati. La mossa, che replica il meccanismo già sperimentato altrove, si inserisce in un quadro di ridimensionamento dell'organico che interessa da vicino anche il Molise, considerato che nello stabilimento abruzzese sono impiegate centinaia di persone residenti nella regione, in particolare quelle provenienti dall'area del Trigno e dalla fascia costiera, pendolari storici di quello che un tempo rappresentava un'eccellenza del settore dei veicoli commerciali.

Se ad Atessa si contano 305 uscite, il dossier delle partenze volontarie si arricchisce ulteriormente con quanto già concordato per Mirafiori, dove l'accordo firmato mercoledì 11 marzo, e che riguarda un arco temporale di quattro anni, porterà alla fuoriuscita di 121 addetti dello stabilimento torinese. Le cifre, messe in fila, delineano un'operazione di dimagrimento che coinvolge centinaia di lavoratori in diversi siti: le 60 unità di Termoli, le 121 di Mirafiori e le 305 di Atessa compongono un quadro complessivo di esuberi gestiti tramite incentivi che supera abbondantemente le quattrocento e cinquanta unità.

La posizione della Fiom e il nodo delle prospettive industriali

In ciascuno di questi accordi, tuttavia, si registra una costante: la mancata adesione della Fiom-Cgil. Il sindacato, sia a livello territoriale che nazionale, ha scelto di non apporre la propria firma sulle intese, motivando la decisione con una critica di fondo alla filosofia che guida le scelte del gruppo. La sigla parla apertamente di una strategia incentrata esclusivamente sui tagli, una linea che non verrebbe compensata da altrettanti impegni chiari sul fronte degli investimenti futuri o del ricambio generazionale.

Nel caso specifico di Atessa, la Fiom ha espresso un dissenso netto: la riduzione programmata porterebbe l'organico del sito a scendere a poco più di quattromila addetti, un numero che segna un arretramento significativo rispetto ai seimilacinquecento di qualche anno fa. Un calo occupazionale che corre parallelo a quello produttivo, passato dai 297mila furgoni del 2018 ai 166mila del 2025. Per il sindacato, affrontare una crisi che è al contempo tecnologica e di mercato non può significare fare ricorso solo agli ammortizzatori sociali o alle uscite volontarie, ma richiederebbe piuttosto l'assegnazione di nuove produzioni, magari legate alla prossima generazione di veicoli commerciali elettrificati.

Le motivazioni dietro le scelte aziendali

Dall'altro lato del tavolo, Stellantis presenta queste operazioni come strumenti di gestione del personale necessari per affrontare una fase complessa del settore automotive, caratterizzata da transizioni tecnologiche costose e da un mercato che non sempre risponde come previsto. La procedura di separation, sottolineano fonti vicine all'azienda, è uno strumento volontario pensato per accompagnare alla pensione lavoratori che maturano i requisiti o che, comunque, scelgono liberamente di uscire dal ciclo produttivo beneficiando di incentivi economici. Una soluzione, questa, che permetterebbe di evitare impatti più traumatici sull'occupazione, come ricorsi massicci alla cassa integrazione o, peggio, dichiarazioni di esuberi strutturali non gestibili.

Il nodo di fondo, però, rimane quello dei volumi produttivi e delle prospettive di lungo termine, una questione che si fa particolarmente spinosa a Termoli dopo il definitivo tramonto del progetto della gigafactory, il maxi-impianto per la produzione di batterie che avrebbe dovuto riconvertire il sito e garantirne il futuro, ma che è stato ufficialmente accantonato da Acc, la joint venture tra Stellantis, Mercedes e Total. Un epilogo, quello della fabbrica di batterie, che lascia lo stabilimento molisano in una posizione di attesa, sospeso tra la produzione di motori, la cui domanda è altalenante, e la partenza della nuova linea per i cambi e-Dct, prevista entro fine anno ma non sufficiente, da sola, a placare le preoccupazioni sindacali.

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