Stellantis, tra esuberi e incentivi: 305 uscite ad Atessa, la Fiom non firma

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La trattativa sindacale nell’automotive, e più precisamente all’interno del perimetro Stellantis, continua a snodarsi attraverso percorsi che vedono spesso la Fiom Cgil discostarsi dalle posizioni delle altre sigle, in un clima di crescente tensione occupazionale. L’ultimo capitolo in ordine di tempo si apre nello stabilimento abruzzese di Atessa, in Val di Sangro, dove la direzione del gruppo ha ufficialmente comunicato l’avvio di una nuova procedura di incentivazione all’esodo. Il numero, tutt’altro che trascurabile, riguarda 305 lavoratrici e lavoratori, e va a innestarsi su un quadro produttivo che, da tempo, mostra segnali di affanno e contrazione.

La comunicazione, arrivata nel corso di un incontro tra l’azienda e le rappresentanze dei lavoratori, ha riacceso i riflettori sul futuro di uno dei poli industriali più rilevanti per la produzione di veicoli commerciali leggeri in Italia. E se da un lato Fim, Uilm, Fismic e Ugl hanno sottoscritto l’accordo sulle cosiddette "Separation", dall’altro la Fiom ha ribadito la propria contrarietà, rifiutando la firma e motivando la scelta con una critica di fondo che, a loro avviso, prescinde dal singolo atto per investire la strategia complessiva del gruppo. Secondo la sigla guidata da Michele De Palma, ci si trova di fronte all’ennesima misura che, pur presentandosi come volontaria e incentivata, costituisce di fatto un ulteriore tassello di una politica industriale fondata sui tagli e non sugli investimenti.

Ad aggravare il clima, e a fornire elementi concreti al dissenso della Fiom, sono i dati produttivi che emergono dalla stessa nota sindacale: lo stabilimento di Atessa, che qualche anno fa contava circa 6.500 dipendenti, si avvia a scendere sotto la soglia dei quattromila una volta completata questa procedura. Un dimagrimento progressivo che, numeri alla mano, si accompagna a un crollo della produzione, passata dai 297mila furgoni del 2018 ai 166mila del 2025, con una previsione di lieve ripresa per l'anno in corso che non sembra intaccare la sostanza del problema. La preoccupazione espressa dal sindacato, e in particolare dal segretario Alfredo Fegatelli, è che dietro l’angolo ci sia un ridimensionamento strutturale, una perdita di centralità del sito italiano a fronte di scelte che, all’interno del gruppo, sembrano privilegiare altri poli produttivi, come quelli polacchi, per lo sviluppo di nuove piattaforme.

Non è, però, solo la situazione di Atessa a tenere banco. La vertenza Stellantis si presenta come un mosaico frammentato in cui ogni stabilimento sembra vivere una fase critica. A Cassino, nel Frusinate, i lavoratori hanno già proclamato uno sciopero per il 20 marzo, stanchi di un inizio d’anno che ha visto le linee di montaggio ferme per dieci giorni su sessanta, con una produzione che nel 2025 ha toccato il minimo storico di circa 19mila vetture, un’inezia se paragonata alle 135mila del 2017. E mentre a Mirafiori si cerca di ripartire con la Fiat 500 ibrida e l’assunzione di nuove forze, l’accordo sulle uscite volontarie ha visto nuovamente la Fiom isolata: a Torino, come a San Benigno Canavese, dove dall’ex Pcma usciranno 41 lavoratori, il sindacato ha criticato la scelta di procedere con gli esodi senza un parallelo piano di stabilizzazione per i precari.

Il tema degli investimenti, o della loro assenza, diventa quindi il filo conduttore. Per la Fiom, che in più occasioni ha richiamato la necessità di un confronto serrato con il governo e l’azienda, non si tratta semplicemente di gestire il ricambio generazionale o di ammorbidire le uscite con incentivi economici, ma di ottenere garanzie chiare su ciò che verrà dopo. La produzione di nuovi modelli, l’assegnazione di piattaforme per l’elettrico o l’ibrido, la modernizzazione di impianti che in alcuni casi hanno un’età media di oltre vent’anni: sono questi i nodi che, secondo la sigla, restano irrisolti e che trasformano ogni singola procedura di esodo in una sconfitta per l’intero settore e per i territori che vivono di indotto.

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