Il riscatto di Sarajevo: “Portami in America”, la profezia cantata che ha stregato la notte
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Redazione Sport
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“I am from Bosnia, take me to the America”. Nella notte di martedì, quel verso graffiato dal gruppo Dubioza Kolektiv ha smesso di essere solo il ritornello di una canzone per trasformarsi in una sorta di preghiera esaudita, un mantra collettivo che risuonava tra le strade ancora umide di Sarajevo mentre la città esplodeva in una gioia liberatoria. Contro ogni pronostico, la nazionale bosniaca ha strappato il pass per i Mondiali del 2026, imponendosi per 5-2 ai calci di rigore contro un’Italia apparsa, per lunghi tratti, convinta di avere già in tasca quella vittoria che invece sfuma tra le mani. Il campo del Bilino Polje di Zenica, destinato a essere raso al suolo per fare spazio a un impianto moderno da 18.000 posti coperti, ha assistito all’ultimo, storico atto di una sfida che resterà impressa nella memoria collettiva dei tifosi azzurri come una delle pagine più amare.
La bolgia di Zenica e il silenzio azzurro
Eppure, nell’immediato dopopartita, all’amarezza per la sconfitta si è affiancata una curiosità quasi indiscreta per gli stati d’animo altrui. Mentre gli italiani faticavano a metabolizzare l’eliminazione, a Zenica si consumava una scena opposta: quella di un Paese intero, non solo i tifosi presenti allo stadio, che si lasciava andare a una catarsi collettiva. Lo stadio Bilino Polje, con la sua capienza ridotta a causa di precedenti sanzioni e la sua struttura resa celebre dalla storica qualificazione del 2014, ha fatto da cornice a una bolgia indescrivibile. Le immagini delle colonne di auto addobbate con i gigli, il simbolo nazionale, e dei tifosi arrivati persino dalla Scandinavia o dall’America per assistere alla partita, raccontano di una posta in gioco che andava ben oltre il semplice risultato calcistico. Per una nazione segnata da divisioni profonde, da una storia di conflitti e da una complessa architettura istituzionale, il calcio si è confermato come un raro, potentissimo collante.
Una riconciliazione cercata sul rettangolo verde
Per la Bosnia-Erzegovina, che conta poco più di 350mila abitanti nel solo capoluogo e una diaspora numerosa in tutto il continente, questa qualificazione rappresenta il ritorno a un sogno coltivato per oltre un decennio. Dopo la partecipazione ai Mondiali del 2014, l’attesa era stata lunga, segnata da mancati appuntamenti e da una crescita che sembrava essersi interrotta. La vittoria di martedì, ottenuta nel momento più drammatico della lotteria dei rigori, ha spazzato via ogni scetticismo. Lo stesso stadio che oggi esulta sarà presto solo un ricordo: il Bilino Polje verrà completamente demolito per lasciare spazio a una struttura più capiente e moderna, cancellando fisicamente il luogo di una delle notti più difficili per la nazionale italiana, ma consegnando alla storia della Bosnia il ricordo indelebile di quel campo. Non resterà traccia del campo in erba, ma resterà la leggenda di quella notte.
Il destino della canzone e la festa nelle vie della capitale
Nelle vie di Sarajevo, il ritornello dei Dubioza Kolektiv continuava a riecheggiare tra le auto in corteo e i gruppi di giovani radunatisi nel centro. Il gruppo, noto per i suoi testi ironici e taglienti, per aver affrontato temi come le migrazioni e l’identità balcanica, ha visto la propria profezia avverarsi sotto gli occhi di migliaia di persone. “Portami in America”, il verso che ironizza sul sogno di fuga verso terre più fortunate, si è trasformato in una realtà concreta: la nazionale, quella rappresentanza di un paese complesso e frammentato, porterà la Bosnia fino agli Stati Uniti, dove il mondiale si giocherà l’estate prossima. Per la città di Sarajevo, che porta ancora i segni di un passato difficile ma guarda al futuro con la determinazione di chi ha imparato a lottare, questa qualificazione è molto più di un evento sportivo: è la dimostrazione che l’orgoglio nazionale, quando si esprime attraverso il gioco, può trasformare una notte qualunque in una festa senza fine.




