Hantavirus, l’incognita degli asintomatici e la quarantena da 42 giorni: i protocolli della cautela

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’incertezza, quando si parla di epidemiologia, rappresenta spesso il banco di prova più duro per i sistemi sanitari. Nel caso del focolaio di Hantavirus (ceppo Andes) abbattutosi sulla nave da crociera Mv Hondius, il vero nodo scientifico riguarda la capacità di trasmettere l’infezione da parte di quei soggetti che, pur essendo stati esposti al virus, non manifestano alcun sintomo. Al momento, nonostante i vari aggiornamenti normativi, non c’è ancora una certezza assoluta su questo punto specifico: la comunità scientifica internazionale, come emerge dalle circolari ministeriali, tende a escludere una contagiosità significativa in fase asintomatica, suggerendo che la trasmissione interumana richieda solitamente un contatto stretto e prolungato con un paziente già febbrile o conclamato. Questa distinzione non è meramente teorica, perché determina l’intera strategia di containment: se la trasmissione fosse appannaggio quasi esclusivo dei malati conclamati (dato l’elevato tasso di letalità che rende questi soggetti facilmente individuabili), l’isolamento sarebbe chirurgico e relativamente semplice da gestire; se invece si scoprisse che anche i casi paucisintomatici possono diffondere il patogeno, le maglie della sorveglianza dovrebbero stringersi ulteriormente.

La circolare del ministero e la quarantena “fiduciaria”

Di fronte a questo alone di incertezza – e lo si evince chiaramente dalla circolare diffusa dal dicastero della Salute guidato da Orazio Schillaci in quelle ore – l’approccio scelto dall’Italia è stato quello della “massima cautela”. Non si tratta di un allarme sanitario paragonabile ad altre emergenze respiratorie, ma le disposizioni per chi proviene dalle aree calde del focolaio sono molto rigide. Per i cosiddetti “contatti ad alto rischio”, che includono non solo gli sfortunati passeggeri della Mv Hondius (attraccata e smistata dopo il drammatico sbarco a Tenerife), ma anche chi si trovava seduto nella stessa fila di un volo aereo di lunga durata (oltre sei ore) entro due file in tutte le direzioni, è scattata la quarantena fiduciaria. Un isolamento che dura 42 giorni, ovvero il limite massimo del periodo di incubazione del virus, durante il quale queste persone devono rimanere separate dai conviventi, utilizzare stoviglie e biancheria a parte e, qualora dovessero uscire per assoluta necessità (sempre ammettendo che venga loro concesso), indossare mascherine chirurgiche. Una delle voci più significative tra queste è quella di Federico Amaretti, il venticinquenne marittimo calabrese finito in isolamento nella sua casa di Villa San Giovanni dopo un contatto fugace ma comunque a rischio in aeroporto; lui, che per lavoro è abituato a vivere in spazi angusti su una nave, racconta di annoiarsi ma di non presentare alcun sintomo, sottolineando come la misura sia giusta anche se pesante.

L’automonitoraggio e la gestione del rischio basso

C’è poi una seconda fascia, quella dei “contatti a basso rischio”, per i quali il ministero ha invece previsto una procedura meno invasiva ma comunque sorvegliata: l’automonitoraggio. In pratica, a queste persone viene chiesto di tenere sotto controllo la propria temperatura e di osservare l’eventuale comparsa di sintomi specifici, come mialgie (dolori muscolari), cefalea improvvisa o affanno respiratorio, per l’intero arco dei 42 giorni. La differenza, sostanziale, è che qui non scatta l’obbligo di reclusione domestica totale; tuttavia, al primo segnale d’allarme, il protocollo prevede l’isolamento immediato e l’esecuzione del tampone molecolare, la cui priorità è stata ribadita come assoluta rispetto ad altre esigenze diagnostiche di routine. La Regione Marche, come del resto altre amministrazioni locali, ha deciso di “oleare gli ingranaggi” in anticipo: pur non essendoci alcuna emergenza imminente – e i dati l’Istituto Superiore di Sanità lo confermano – si stanno rinfrescando i protocolli per non farsi trovare impreparati, memori delle difficoltà logistiche vissute durante la pandemia da Covid-19.

Il monitoraggio attivo e le lezioni della nave Hondius

Nonostante il quadro epidemiologico per l’Italia e per l’Europa venga classificato come “a rischio molto basso” (il serbatoio naturale del virus è il roditore sudamericano *Oligoryzomys longicaudatus*, assente nel Vecchio Continente), l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha comunque imposto uno standard operativo elevato. Le linee guida dell’Oms, recepite prontamente dal governo italiano, parlano chiaro: per i contatti ad alto rischio non basta l’autocontrollo, ma serve una **sorveglianza attiva quotidiana**. Significa che un operatore sanitario deve contattare ogni singolo giorno per 42 giorni la persona in quarantena, verificando febbre, dispnea o altri segni, in modo da non lasciare nulla al caso. Questa scelta, dettata dal principio di precauzione, è alimentata dalla natura subdola del virus Andes, che può restare silente per settimane prima di esplodere in una sindrome cardiopolmonare letale. Sulla Mv Hondius, tristemente nota per essere diventata un laboratorio a cielo aperto dell’epidemia, i numeri ufficiali forniti dall’Oms aggiornati a questi giorni parlano di 11 contagi totali (tra confermati e probabili) e almeno tre decessi – un tasso di mortalità che si aggira intorno al 30-38% –, un dato che giustifica, agli occhi delle autorità sanitarie spagnole e italiane, ogni forma di rigore nei rimpatri e nei successivi isolamenti. Dal canto loro, i quattro cittadini italiani risultati esposti (tutti asintomatici e sparpagliati tra Veneto, Toscana, Campania e Calabria) continuano a sottoporsi ai tamponi periodici, nell’attesa che i 42 giorni trascorrano restituendo loro la libertà di movimento.

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